Cuba apre ai lavori privati, ma il capitalismo resta lontano dall’isola

Il regime post-castrista amplia di gran lunga la lista dei lavori ammissibili, ma non è una vera apertura al libero mercato.

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A Cuba non è arrivato il libero mercato

Si fa presto a dire che Cuba stia andando verso il libero mercato, anche se qualcosa inizia a cambiare nel governo. La scorsa settimana, il regime comunista del presidente Miguel Diaz-Canel ha pubblicato una lista di 124 lavori vietati nel settore privato, di fatto ampliando quella dei 127 ammessi a oltre 2.000. Si tratta di 80 categorie professionali passate ai raggi X nei dettagli. Se fino ad oggi era stato possibile perlopiù intraprendere da privato la professione di barbiere o quella di tassista o altre legate al settore del turismo (riconosciuta anche la figura del “dandy”, colui che si mette in posa per fare le foto con i turisti), da ora in avanti il campo delle opportunità si amplia smisuratamente. Tra l’altro, sarà possibile svolgere lavori nel settore informatico o il veterinario, ma in questo secondo caso solamente per curare gli animali domestici. Tra le liberalizzazioni, anche quelle concesse a favore di chi affitta camere ai turisti: potranno servire loro anche pasti o fare da tassisti, senza la necessità di richiedere licenze multiple.

“Aiuto, qua facciamo la fame”: la richiesta di aiuto da Cuba arriva dopo la riforma monetaria

Restano escluse tutte le professioni che hanno a che fare con il settore dei media e delle telecomunicazioni, così come quelle di architetto, ingegnere e medico. Il perché di queste esclusioni appare chiaro: lo stato non può rinunciare al controllo delle informazioni e allo stesso tempo, se consentisse a un medico di praticare la professione da privato, nessuno più lavorerebbe alle dipendenze del settore pubblico, dati gli stipendi da fame.

Apertura al libero mercato limitata, strumentale e per necessità

Ad oggi, si calcola che nel settore privato lavorino 600 mila persone, il 13% dell’occupazione cubana.

Questo significa anche che l’87% dei posti di lavoro li crei ancora lo stato. Qualcuno potrebbe ipotizzare che pian piano L’Avana stia convertendosi al capitalismo, ma non è affatto così. Questa “lenzuolata” di liberalizzazioni avviene a poche settimane dall’avvio della riforma monetaria, che elimina dalla circolazione il CUC o peso convertibile, lasciando solamente il CUP o peso cubano. Poiché un CUC equivaleva a 1 dollaro e viene ora scambiato contro 24 CUP, quando fino a fine 2020 lo si scambiava contro 1 CUP per le aziende statali, di fatto lo stato sta svalutando il cambio di circa il 96%, un processo che sta provocando già l’esplosione dei prezzi. Cuba importa, infatti, oltre l’80% dei generi alimentari.

La riforma monetaria serve a raggiungere due obiettivi-chiave: rendere l’economia cubana più competitiva e meno dipendente dalle importazioni e sussidiare molto meno le aziende dello stato poco efficienti, le quali ad oggi si sono giovate proprio del cambio forte a cui hanno avuto accesso. Tuttavia, questo mutamento dovrebbe distruggere posti di lavoro nel settore pubblico. A questo punto, serve che a crearli sia il settore privato, altrimenti una fetta della popolazione rimarrebbe senza una qualche forma di sostentamento. A tale riguardo, si stima che circa 300 mila lavoratori potrebbero migrare dal pubblico al privato. Un passo nella direzione di una maggiore efficienza, per quanto non di un vero capitalismo.

Infatti, le piccole e medie imprese rimarranno scoperte sul piano legale. Non essendo riconosciute, ad esempio, non avranno accesso al credito bancario e i loro titolari si esporranno in toto ai rischi con i beni personali. Due fattori che con ogni probabilità freneranno ancora a lungo la crescita del settore privato. Probabile, invece, che la mossa sia stata compiuta anche per compiacere la nuova amministrazione americana. Donald Trump aveva ripristinato e finanche accresciuto le sanzioni a carico dell’isola, mentre Joe Biden potrebbe allentarle, ma per farlo dovrà convincere prima il Congresso che il regime stia aprendosi al libero mercato. Da qui, il possibile bluff. Peraltro, il collasso del turismo a causa della pandemia ha fatto venire meno l’unico settore che a Cuba permetteva di mettere le mani sulla valuta forte.

Il PIL nel 2020 è crollato dell’11% e l’apertura alle nuove professioni private dovrebbe essere anche un modo per permettere ai lavoratori di trovarsi o crearsi un’occupazione altrove, in un momento in cui lo stato non può certo permettersi di assorbire nuova manodopera.

A Cuba finisce l’era della vita gratis, adesso i giovani dovranno cercarsi un lavoro

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