Cuba apre agli investimenti esteri per slegarsi dal Venezuela di Maduro?

Mentre Cuba apre agli investimenti esteri, per consentire sull'isola un "socialismo sostenibile", il Venezuela di Nicolas Maduro è sempre più in crisi e dietro alla stessa L'Avana per diritti sulla proprietà privata.

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L’isola di Cuba si apre agli investimenti esteri. La notizia risale alla fine del mese di marzo, quando il vice-presidente del Consiglio di stato e responsabile per l’attuazione delle riforme, Maurino Murillo, ha annunciato la novità del governo e gli obiettivi: far crescere del 30% a oltre 2 miliardi di dollari i capitali stranieri investiti sull’isola, in modo da consentire una crescita economica del 7% all’anno.

Entro i prossimi tre mesi, quindi, tutte le persone fisiche o giuridiche all’estero, inclusi i cittadini cubani residenti all’estero, potranno investire a Cuba i loro capitali, ad esclusione dei settori delle forze armate, della scuola e della salute. L’apertura è valida anche  per i cittadini nordamericani di origine cubana, purché non complottano contro il socialismo. 

A garanzia degli investimenti stranieri, il presidente Raul Castro ha previsto alcune tutele, come l’impossibilità di esproprio dei beni da parte del governo di L’Avana, la possibilità di trasferire all’estero moneta convertibile e la detassazione degli utili per otto anni per le imprese miste. Queste misure, secondo il governo, dovrebbero portare a un “socialismo sostenibile”.

La crisi del Venezuela

Sarà una coincidenza, ma la rimozione dei vincoli agli investimenti esteri, posti da una legge del 1995, sembra avvenire nelle stesse settimane, in cui il Venezuela sprofonda in una crisi economica e politica di grandi proporzioni.

Caracas è alleato prezioso di Cuba, con il presidente Nicolas Maduro, che ha confermato gli accordi commerciali dell’era Hugo Chavez, che prevedono l’invio sull’isola di 105 mila barili di petrolio al giorno, pari a circa 2,8 miliardi di dollari all’anno, oltre che di altri beni e servizi per un controvalore totale di 5,4 miliardi di dollari. In cambio, il regime castrista invia in Venezuela 50 mila professionisti, tra militari, funzionari e medici, ma che nemmeno lontanamente compenserebbero il valore dell’export venezuelano.

 

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Ora, però, che il governo socialista a Caracas è sotto pressione per le proteste di piazza contro l’inflazione fuori controllo, il disastro dell’economia e la violazione anche delle libertà più basilari, Cuba teme di perdere i benefici garantiti da anni di amicizia tra i due paesi, costruita su un asse socialista e anti-USA.

Finora, Maduro non ha dato segni di cedimento alle piazze e agli oppositori, con questi ultimi a chiedere accordi più equi con i cubani. Ma la crisi politica c’è ed è forte. 

 

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Potremmo dire che il discepolo supera il maestro, leggendo il rapporto del Social Progress Imperative, un gruppo americano no-profit, secondo cui il Venezuela si attesta alla posizione 130 su 132 nel mondo per i diritti sulla proprietà privata, dietro alla stessa Cuba, e ultima in tutto il Sud America.

E se risulta prima al mondo per accesso alla rete elettrica, crolla al 113esimo posto per offerta di energia elettrica, sintomo di un paese alle prese con grossi problemi nella produzione di beni e servizi, a causa dei prezzi amministrati, che impongono limiti massimi alle imprese, ma rendendo così spesso economicamente non conveniente l’offerta sul mercato. Da qui, l’inflazione al 56-57%, conseguenza di beni e servizi sempre più scarsi, un fenomeno simile a quello in Argentina, dove i frequenti black-out fanno da contraltare alle bollette di appena 3-4 dollari al mese.

Se Cuba si vuole aprire pragmaticamente al libero mercato, pur non rinunciando al dogma della superiorità socialista, guardando forse un pò alla Cina degli ultimi 30 anni, il Venezuela sembra rifarsi alle origini delle rivoluzioni socialiste e si allontana sempre più dal resto dell’America Latina.

 

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