Crollo delle borse europee a breve? Ecco perché non è improbabile

Le borse europee potrebbero accingersi a un crollo, se si verificheranno gli eventi negativi in parte attesi dal mercato, ma non ancora scontati.

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Le borse europee potrebbero accingersi a un crollo, se si verificheranno gli eventi negativi in parte attesi dal mercato, ma non ancora scontati.

I cali accusati dalle borse europee sin dall’inizio dell’anno potrebbero essere solamente un antipasto di quanto, in teoria, potrebbe accadere. Dall’1 gennaio ad oggi, l’Eurostoxx 50, che sintetizza l’andamento delle principali società quotate nell’Eurozona, ha ceduto più dell’11%, mentre Wall Street rimane poco al di sopra della parità. Piazza Affari perde intorno al 20%, il doppio della Borsa di Francoforte. La volatilità sui mercati azionari rimane alta, perché gli investitori si lasciano guidare sempre più dai dati macroeconomici di volta in volta pubblicati e sempre meno dagli annunci di intervento delle principali banche centrali del pianeta. Ma poteva andare assai peggio, se a sostenere i corsi non ci fosse oggi la BCE, che aumentando a 80 miliardi di euro al mese il suo piano di acquisti di assets vari (titoli di stato, Abs, “covered bond”, corporate bond) e iniettando prestiti a tasso zero o negativo alle banche dell’unione monetaria sta sostanzialmente inondando i mercati di liquidità.

Vittoria Brexit sempre più probabile al referendum

I nodi di una UE mal costruita sono arrivati al pettine tutti in una volta, nonostante i segnali di crisi fossero evidenti da anni. Soltanto 5 giorni fa, l’Olanda ha bocciato per referendum consultivo l’accordo tra UE e Ucraina, considerato un anticipo per l’ingresso di Kiev nella prima. Ciò darebbe manforte, stando agli analisti di diverse opinioni, alla causa per la “Brexit”, ovvero spingerebbe i cittadini britannici a votare per l’uscita del Regno Unito dalla UE al referendum in programma i prossimo 23 giugno. Quando l’appuntamento era stato paventato, il governo conservatore del premier David Cameron considerava poco probabile che gli elettori bocciassero il matrimonio quarantennale con Bruxelles, ma gli ultimi sondaggi sembrano sconfessare l’ottimismo, tanto più che a schierarsi contro la permanenza nella UE sono alcuni cavalli di razza della politica britannica, come il sindaco uscente di Londra, Boris Johnson, dello stesso partito del premier, e il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, su posizioni molto di sinistra e per questo contrario al “neoliberismo” europeo.      

Crisi Ucraina si aggrava

La posizione di Cameron si è oggettivamente indebolita, specie quando la settimana scorsa è esploso lo scandalo del Panama Papers, la più grande trafugazione di dati riservati della storia, secondo i quali ad avere quote in società off-shore nello stato centro-americano c’è anche il padre del premier britannico. Dopo giorni di pressione mediatica, lo stesso primo ministro ha ammesso di detenervi una partecipazione, destando scalpore per il fatto che a guidare il governo di Londra ci sarebbe un presunto evasore fiscale. Il caso Panama non c’entrerebbe nulla con la Brexit, se non per il fatto che alimenta i consensi dei detrattori di Cameron e, quindi, eleva le probabilità di una vittoria dei favorevoli al divorzio con Bruxelles. E c’è già un’altra vittima illustre dello scandalo, ovvero l’Ucraina del filo-europeista Pedro Poroshenko. Il presidente è accusato di detenere conti off-shore e la conseguenza è stata l’uscita di scena del premier Arsenij Atseniuk, che ha da poco annunciato le dimissioni. L’Ucraina è terreno di scontro tra UE e Russia e un indebolimento delle istituzioni europeiste a Kiev non depone in favore della credibilità di Bruxelles nello stato ex sovietico.        

Torna l’allarme Grecia, ma non solo

Spostandoci da nord a sud, la musica non cambia, anzi. La Grecia è tornata ad attaccare i creditori, in particolare, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), reo per il premier Alexis Tsipras, di rinviare sine die la revisione del programma delle riforme sinora realizzate dal suo governo, presupposto indispensabile per ottenere dai governi dell’Eurozona e dalla BCE una nuova tranche da 5 miliardi di euro, senza di cui è più difficile, ma non impossibile, adempiere alle scadenze estive, specie ai 2,8 miliardi di luglio (2,3 verso la BCe e 450 milioni verso l’FMI). Stando a quanto già accaduto in questi ultimi 6 anni, alla fine una soluzione si troverà, ma il rischio Grexit torna ad essere monitorato dagli uffici studio delle principali banche, come Barclays, che lo ritiene probabile, per quanto non elevato. Il vero problema della Grecia oggi è che il 2016 sarebbe per la sua economia l’ottavo anno di recessione dal 2008. Andare avanti così appare ormai impossibile, perché la popolazione è stremata da una recessione senza fine. Mentre l’Italia dell'”europeista” Matteo Renzi tira calci contro i commissari, al fine di ottenere una maggiore flessibilità sui suoi conti pubblici, il Portogallo è governato da 5 mesi da una coalizione di estrema sinistra, guidata dai socialisti, che include comunisti e Blocco di Sinistra, contrari alla moneta unica e alla stessa permanenza nella UE di Lisbona. Non esiste un vero rischio che il paese esca dall’euro, ma il clima quasi idilliaco del quadriennio passato con Bruxelles è finito.        

Emergenza immigrazione e crisi politica in diversi paesi

La vicina Spagna è senza governo da oltre 100 giorni, avviandosi ad elezioni anticipate, non avendo le urne del 20 dicembre scorso sortito alcuna maggioranza. Il clima euro-scettico è arrivato persino nell’Irlanda del boom economico (pil a +7,8% nel 2015), dove il governo di Grande Coalizione uscente è stato stracciato alle elezioni di fine febbraio, ma il Parlamento resta appeso agli accordi molto difficili tra le formazioni di centro-destra. Per concludere, il nuovo governo polacco mostra più di un segnale di indisponibilità a un’ulteriore integrazione con il resto della UE, mentre l’Ucraina del premier Viktor Orban è stato il primo stato a chiudere le frontiere con l’emergenza profughi, seguito da Svezia, Danimarca, Austria, ma preceduto in parte dalla stessa Francia della retorica dell’accoglienza (sulle spalle altrui). Il quadro è allarmante. Mai la costruzione europea si era distinta prima per spinte così disgreganti e tutte contestuali. A questo punto, a sparare il primo colpo, che come nella Serbia di Gavrilo Prinzip del 1914 potrebbe portare allo sfascio del Vecchio Continente, potrebbe essere una sempre più probabile vittoria della Brexit a giugno, che se non è detto che porti realmente all’uscita di Londra dalla UE, certamente ne segnerà una gravissima sconfitta. Gli sbarchi di immigrati clandestini e profughi s’intensificheranno con la bella stagione in Italia e Grecia e senza un accordo stabile con la Turchia potrebbero accelerare la chiusura delle frontiere nell’area Schengen per volontà della Mitteleuropa.        

Ripresa economica Eurozona s’indebolisce

Lo scenario è molto negativo, pur senza volere scadere nel pessimismo. La Germania dei Angela Merkel potrebbe metterci una pezza, ammorbidendo ulteriormente la sua posizione verso la Grecia, ma la stessa cancelliera ha parzialmente le mani legate a Berlino, dove monta la protesta degli elettori per il caos immigrazione di questi ultimi mesi. Se in estate dovessimo assistere al logoramento del governo Renzi dopo le elezioni amministrative di giugno, all’aumento delle tensioni tra Grecia e creditori europei sulle riforme, alla vittoria del “sì” alla Brexit nel Regno Unito, all’intensificazione dell’emergenza immigrazione e magari a una prolungata crisi politica in paesi come Spagna e Irlanda, i mercati, pur “drogati” dalle maxi-iniezioni di liquidità della BCE, saranno costretti a prenderne atto. Nel frattempo, al netto delle previsioni allarmanti di cui sopra, potremmo assistere a uno spegnimento della ripresa economica nell’Eurozona, dove il pil è atteso in crescita con percentuali sempre più basse per l’anno in corso. Di quanto dovrà essere la correzione delle borse non è chiaro. In parte c’è già stato uno scossone, ma dovuto più per i segnali di rallentamento dell’economia cinese e di quella globale. Un dato non dovrebbe essere ignorato, per quanto ancora non sia clamoroso: l’oro ha segnato un rialzo delle quotazioni del 18% dall’inizio dell’anno, registrando il migliore primo trimestre dal 1986. Eppure, non c’è inflazione in nessuna economia avanzata del pianeta, cosa che giustificherebbe l’impennata dei prezzi del metallo. Dunque, il mercato ha corso già in parte a ripararsi dai rischi. Che non siano proprio quelli legati al disfacimento dell’Europa?  

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