Bitcoin crolla del 15% e scende fino a 53.000 dollari, ecco perché

Il prezzo della "criptovaluta" è sceso del 15% nelle scorse ore, a causa di una serie di notizie negative per questo mercato.

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Il crollo di Bitcoin a 53.000 dollari

Il mondo delle “criptovalute” non smette mai di sorprenderci, come conferma il crollo di ieri di Bitcoin. La quotazione è arrivata ad arretrare del 15% fino a un minimo di 53.500 dollari nel primissimo pomeriggio domenicale. Mentre scriviamo, si aggira sui 57.500 dollari, in rialzo del 95% quest’anno. Ma siamo scesi decisamente dai massimi di oltre 64.000 toccati nel corso della settimana scorsa.

Cos’è successo? Il crollo di Bitcoin non sarebbe legato a un unico episodio, bensì a una moltitudine di voci. Anzitutto, venerdì scorso la banca centrale turca ha messo al bando la moneta digitale, tra l’altro inibendo le società a mettere a disposizione la propria infrastruttura per i pagamenti. A stretto giro si è diffuso il rumor, secondo cui il Tesoro americano sarebbe intenzionato a torchiare il mercato delle “criptovalute” per contrastare il riciclaggio dei capitali.

Le differenze con il 2017

Ma è anche successo che in Cina vi siano state interruzioni nell’erogazione dell’energia elettrica in parte del territorio nazionale. E ciò avrebbe ridotto considerevolmente la possibilità per i Bitcoiner di dedicarsi al “mining”. Nella vicina Mongolia, poi, queste operazioni sono state vietate proprio nelle scorse ore. Ma c’è anche il dubbio che, dopo che le quotazioni hanno aggiornato i massimi storici, qualcuno tra i “Bitcoin whales”, i grossi detentori, abbia sfoltito il portafoglio. Ricordiamoci che il 2% dei conti aperti detiene il 95% delle monete digitali in circolazione.

Questo elemento è essenziale per capire la ragione del crollo di Bitcoin successivamente a ogni fase di boom. Sembra naturale pensare che i grossi portafogli cerchino di tanto in tanto di monetizzare l’enorme ricchezza teorica posseduta. Per farlo, devono vendere in minime quantità lungo il corso del tempo.

Ogni qualvolta che le quotazioni raggiungono vette altissime, l’incentivo a monetizzare cresce. Ne segue un tracollo momentaneo, il tempo che la domanda torni a superare l’offerta e a sostenere i prezzi.

E la volatilità resterà probabilmente elevata nei prossimi mesi, man mano che capiremo come l’amministrazione Biden intenda muoversi. Un divieto tout court appare remoto, specie dopo che la SEC ha ammesso l’IPO di Coinbase nei giorni scorsi. La società attiva nel trading delle “criptovalute” è arrivata ad essere valutata 86 miliardi di dollari al termine della sua prima seduta al NASDAQ. E grossi investitori istituzionali si stanno buttando nell’affare, tra cui colossi come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Una differenza rilevante con il 2017, quando il crollo di Bitcoin fu drastico (da 19.000 a 4.000 dollari) e duraturo. Di fatto, abbiamo dovuto attendere il 2020 per assistere a un recupero definitivo.

Crollo di Bitcoin e fattore inquinamento

Detto ciò, attenzione al legislatore. Sfrutterà la storia che il “mining” sia inquinante per stringere le maglie attorno al mondo delle monete digitali. Il 65% delle estrazioni avviene in Cina, dove per gran parte l’energia elettrica è prodotta da centrali a carbone. E l’estrazione di un blocco di Bitcoin richiede calcoli complessi, stimati in 160 quintilioni al secondo. Quanto? 160.000.000.000.000.000.000. Se vi state chiedendo a quanto ammontino, vi rispondiamo subito: 160 miliardi di miliardi!

Buona parte del “mining” si ha nel Nord Europa, dove le bollette elettriche costano poco, grazie al fatto che questi paesi godano di risorse naturali pulite per produrre energia. Si pensi all’Islanda, dove la produzione geotermica la fa da padrona. Anche qui, però, questa nuova industria preoccupa, perché si teme che entro la fine del decennio l’eccesso di offerta energetica disponibile rischi di svanire. Per quanto ormai l’isola incida per lo zero virgola sull’intera produzione, un eventuale divieto di Reykjavik non eviterebbe il crollo di Bitcoin sulla previsioni di altri provvedimenti simili nel resto dell’Occidente per ragioni teoricamente legate al raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

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