Crollo Bitcoin: perchè le quotazioni stanno precipitando?

Quotazioni in picchiata per i Bitcoin, dopo che la Cina ha vietato la conversione dai renmibi nella moneta digitale. Ci si chiede quale sia adesso il futuro di questo innovativo mezzo di pagamento.

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Quotazioni in picchiata per i Bitcoin, dopo che la Cina ha vietato la conversione dai renmibi nella moneta digitale. Ci si chiede quale sia adesso il futuro di questo innovativo mezzo di pagamento.

Le quotazioni dei Bitcoin, la moneta digitale più importante di questi mesi, sono precipitate a 500-600 dollari USA dai 1.200 dollari a cui erano arrivati all’inizio del mese. E solo rispetto a un paio di sedute fa, il tracollo è di oltre il 30%. La ragione di questa inversione di tendenza sta in una sorta di stretta, partita poche settimane fa in Cina, ma diffusasi ampiamente tra le diverse banche centrali del pianeta.

I Bitcoin all’inizio del 2012 valevano appena 5 dollari, ma l’impennata arrivò con lo scoppio della crisi a Cipro e la previsione di nuovi casi di “bail-in” nel settore bancario europeo. All’inizio di novembre, cioè sei settimane fa, la moneta digitale valeva ancora 200 dollari, ma nelle settimane successive è boom, con le quotazioni sospinte da un atteggiamento diverso delle autorità americane, apparentemente ora improntato a una maggiore apertura.

 

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Poi, è arrivata la doccia fredda della People’s Bank of China, la banca centrale cinese: i Bitcoin non sono moneta, ma si potranno commerciare come prodotto finanziario digitale. Ma ieri è arrivata la pesante dichiarazione di BTC China, la più importante piattaforma di trading cinese di questa moneta, secondo cui dall’alto è arrivato l’ordine perentorio di non accettare più la conversione di yuan in Bitcoin. In sostanza, nuovi acquisti non sono più possibili e si perde così uno dei mercati più importanti.

Le autorità cinesi sono preoccupate dalla formazione di una possibile bolla, ma anche dal fatto che i Bitcoin potrebbero essere acquistati per sfuggire ai rigidi controlli sui capitali nel paese.

In Europa, la Norvegia ha annunciato che tasserà le rendite ottenute dall’investimento in Bitcoin, considerate capital gain, mentre anche dagli USA sono stati rafforzati i controlli da parte del Financial Crimes Enforcement Network del Tesoro sugli investitori che accettano questa moneta come pagamento. D’altronde, agli USA interessava semplicemente non rimanere indietro alla Cina su questo mercato, ma Pechino si è auto-esclusa, per cui anche l’America sembra tornare alla vecchia strategia del bastone.

La tenaglia si stringe. Anche se non tutti credono che non ci siano più opportunità di crescita per questo tipo di moneta. Vero è che Fed e PBoC hanno mostrato il volto duro, ma esistono tanti altri paesi che potrebbero decidere di trasformarsi in una piazza di riferimento per questi investitori. Magari, la conversione non avverrebbe più in dollari o renmibi e questo sarebbe un problema non di poco conto.

 

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