L’apocalisse delle “criptovalute” è partita dalla Cina, ma non sarà la fine di Bitcoin

Quotazioni di Bitcoin e altre monete digitali al collasso. A provocarlo è stato il governo cinese, ma non solo.

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Il crollo di Bitcoin è partito dalla Cina

E’ stato pesante il crollo di Bitcoin, ieri. A un certo punto, le quotazioni sono sprofondate fin sotto la soglia dei 32.000 dollari. Stamattina, sono in ripresa, ma sempre a meno di 40.000. Una settimana fa, sfioravano i 60.000. Da allora, la “criptovaluta” più popolare al mondo perde oltre un terzo del suo valore. Resta in rialzo del 35% da inizio anno, ma gli investitori che sono entrati nelle ultime settimane sul mercato si stanno leccando già le ferite.

Il crollo di Bitcoin parte dalla Cina. Il governo ha annunciato il divieto di accettare pagamenti in “criptovalute”. Pechino intende sostenere il lancio del suo yuan digitale, con l’obiettivo di lungo periodo di scalfire il dominio del dollaro come valuta di riserva mondiale. La notizia ha provocato una serie di tracolli in tutti gli assets digitali: Ether perde il 61% dai massimi toccati pochi giorni fa. Coinbase, la piattaforma in cui si scambiano “criptovalute” e la cui IPO a Wall Street si è tenuta solo un mese fa, segna -46% rispetto al prezzo di chiusura della sua prima seduta.

Non solo Cina dietro al crollo di Bitcoin

La Cina non è stato l’unico, né il primo fattore temporale ad avere provocato il crollo di Bitcoin. La scorsa settimana, un tweet di Elon Musk aveva affossato le quotazioni. In esso, il fondatore e CEO di Tesla comunicava che la società non avrebbe più accettato la moneta digitale come forma di pagamento per le sue auto elettriche, a causa del suo elevato impatto ambientale. Un’inversione a U in pochissimi mesi, che sa di “tradimento” verso il mondo dei Bitcoiner, nonché di profonda ipocrisia. Ma è evidente che la decisione cinese faccia molto più male.

Anzitutto, perché in Cina si estraggono tra i due terzi e i tre quarti dei Bitcoin.

Il “mining” si mostra ancora oggi estremamente concentrato sia geograficamente che in termini di utenti, se è vero che il 2% degli account possegga il 95% dei Bitcoin in circolazione. E questo aspetto continua a tenere alta la diffidenza delle autorità di tutto il mondo verso la “criptovaluta”. Tornando al crollo di Bitcoin, è evidente che Pechino veda di cattivo occhio un asset che possa fare concorrenza al suo yuan digitale, ad oggi testato in alcune realtà locali. Questi non sarà decentralizzato, né garantirà l’anonimato a chi lo utilizza. Ma attraverso di esso, il regime punta ad accentuare il controllo dello stato sulla seconda economia mondiale.

Il crollo di Bitcoin è stato alimentato dal sospetto che, prima o poi, le autorità cinesi impongano il divieto al “mining”. Sarebbe, se non la fine dei giochi, almeno la distruzione momentanea di un mercato. Ma lo yuan digitale teoricamente rafforza le ragioni per optare a favore delle “criptovalute”. L’esigenza di ritagliarsi una sfera di autonomia dal potere politico/istituzionale crescerà quando il controllo di ogni aspetto della propria vita economica in Cina si farà ancora più pregnante. La domanda di Bitcoin salirà. E qualcosa di simile può accadere anche in Occidente. Non vi sfugga che questo crash stia avvenendo in coincidenza con le tensioni sui mercati finanziari.

Ma la domanda resterà alta

Azioni e obbligazioni stanno soffrendo sui timori di reflazione globale. Gli investitori vedono il rischio di un rialzo dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali, al fine di mantenere la stabilità dei prezzi. E in qualità di asset alternativo alla finanza tradizionale, Bitcoin potrebbe riscuotere maggiore appeal come una sorta di “bene rifugio” alla bisogna. Da tempo, qualcuno lo considera una sorta di “oro digitale”. Non lo è. In primis, perché il pur indubbio successo in una dozzina di anni non può essere minimamente equiparato a un metallo che ha alle spalle 5.000 anni di storia.

Secondariamente, continua ad essere un asset molto volatile, per cui non può considerarsi una riserva di valore nel tempo. Terzo, non trova alcuna accettazione globale. Anzi, se voleste utilizzarlo per pagare un acquisto, nella stragrande maggioranza dei casi, se non la quasi totalità, la controparte si rifiuterebbe di accettarlo.

Detto questo, il crollo di Bitcoin di questi giorni non ne segna la fine. In un certo senso, è stato persino salutare che accadesse. La corsa sfrenata tiene alla finestra gli investitori istituzionali, molti dei quali stanno guardando con crescente interesse a questo mondo negli ultimi mesi. Benché se ne dica, esistono aree del mondo in cui Bitcoin può fare la differenza tra mantenere il potere di acquisto o “bruciare” del tutto i risparmi. Dal Venezuela allo Zimbabwe, passando per il Libano, milioni di persone cercano quotidianamente di sfuggire a svalutazioni e inflazione a 3-4 cifre. Fenomeni a cui le economie avanzate risultano estranee, ma qui la bolla finanziaria segnala tempesta in arrivo. Le autorità potranno anche fare la voce grossa, ma la domanda che sta dietro al successo dei Bitcoin non verrà meno.

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