Crisi Venezuela, pil a -12% nel primo trimestre e inflazione sopra 46.300%

Numeri agghiaccianti per l'economia venezuelana. Pil in caduta libera e prezzi in boom di mese in mese. E la produzione di petrolio crolla, mentre Caracas continua a mandare aiuti a Cuba.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Numeri agghiaccianti per l'economia venezuelana. Pil in caduta libera e prezzi in boom di mese in mese. E la produzione di petrolio crolla, mentre Caracas continua a mandare aiuti a Cuba.

Notizie drammatiche dal fronte economico in Venezuela, dove l’Assemblea Nazionale, in mano alle opposizioni, ha diffuso i dati su pil e inflazione. L’economia si è contratta del 12% nel primo trimestre, dopo avere registrato un -45% dal 2013. Gli analisti del Fondo Monetario Internazionale si attendono un -15% per quest’anno, facendo di quella venezuelana tra le peggiori crisi della storia moderna. E numeri ancora più impressionanti riguardano i prezzi, con l’inflazione su base annua schizzata al 46.305%, sempre secondo le opposizioni, che si affidano ad analisi private, non essendo più da anni divulgati dati macro da parte della banca centrale. Rispetto al mese di maggio, la crescita dei prezzi ha accelerato al 128,4% dal 110,1%. Eclatante il boom dei prezzi alimentari: +183%. Praticamente, per bere un caffè al bar servono ora più di un milione di bolivares, praticamente circa la metà di uno salario minimo mensile.

Il Venezuela rimpasta il governo nel pieno del collasso economico

Al mercato nero, un dollaro viene scambiato con 3,4 milioni di bolivares. Appena un paio di mesi fa, il cambio era ancora intorno a 70.000:1. Considerando che il salario minimo, compresa l’assistenza alimentare dello stato, è stato fissato a maggio in 2,6 milioni di bolivares, grosso modo in Venezuela varrebbe oggi sui 75 centesimi di dollaro al mese. E’ evidente che la moneta nazionale abbia perso ogni tipo di credibilità, tanto da non essere quasi più presa in considerazione per gli scambi, molti dei quali vengono ormai regolati ricorrendo al baratto.

E che il peggio non sia ancora alle spalle lo lascia intendere il crollo della produzione petrolifera, scesa a una media di 1,5 milioni di barili al giorno nel mese di giugno, stando ai dati OPEC, ai minimi da 30 anni, fatta eccezione per un periodo del 2002, quando si tenne un imponenti sciopero generale nel paese, che provocò il collasso sia delle estrazioni che del pil. In pratica, dalla seconda metà dello scorso anno, le estrazioni stanno diminuendo del 10% a trimestre. Non si esclude che precipiti a non più di 1 milioni di barili al giorno entro la fine del 2018. E il greggio rappresenta il 96% dei dollari in ingresso nel paese sudamericano, ovvero praticamente l’unica fonte di accesso alla valuta pesante. La crisi è stata aggravata sia dalle sanzioni finanziarie americane, sia dal sequestro di ConocoPhillips delle raffinerie della compagnia statale PDVSA site nelle Antille Olandesi, dopo la vittoria giudiziaria riportata nei mesi scorsi in merito a un provvedimento di esproprio degli anni passati.

Aiuti petroliferi a Cuba proseguono

Si capisce come l’opinione pubblica stia esplodendo in queste ore sulla notizia che un carico venezuelano da mezzo milioni di barili si trovi in sosta presso il porto di Matanzas, nel nord-ovest dell’isola, corrispondente a spedizioni per 50.000 barili al giorno. Si tratta di forniture gratuite, erogate da Caracas a L’Avana sulla base di un vecchio accordo di reciproco sostegno e in base al quale l’ex regime castrista s’impegna a inviare nel paese andino personale medico e assistenza militare. Di fatti, il SEBIN, i servizi segreti venezuelani, non vive di organizzazione propria, ma dipende essenzialmente dalla capacità informativa dei servizi cubani, i quali si sono mostrati in grado di far sventare sul nascere tentativi di rivolte e golpe negli anni passati.

Il Venezuela in carestia: contratti petroliferi non onorati e popolazione in fuga per fame

Attualmente, gli aiuti inviati dal Venezuela a Cuba in forma di forniture petrolifere valgono sugli 1,2 miliardi di dollari all’anno, meno di un quarto del picco dei 5 miliardi toccati prima della crisi. Eppure, tale denaro, se risparmiato, consentirebbe alla PDVSA di effettuare un minimo di investimenti necessari per risollevare la produzione e ai venezuelani di incrementare le importazioni, ridotte ai minimi termini, date le riserve valutarie crollate ad appena 9,4 miliardi, di cui i tre quarti in oro. Ma di tagliare ulteriormente gli aiuti a Cuba non se ne parla per il presidente Nicolas Maduro, che dimostra da tempo di preferire tavole vuote per i suoi concittadini a una politica economica razionale. E così, 9 milioni di venezuelani continuano a mangiare una sola volta al giorno. E, purtroppo per loro, le prospettive non appaiono rassicuranti da qui ai prossimi mesi.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti

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