Crisi Venezuela, petrolio invenduto ed esportazioni in calo: circolo vizioso fatale

Il Venezuela può puntare solo sul petrolio per ottenere dollari, ma non ha soldi a sufficienza per produrlo. Il circolo vizioso si è innescato e l'economia rischia di sprofondare peggio dello scorso anno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela può puntare solo sul petrolio per ottenere dollari, ma non ha soldi a sufficienza per produrlo. Il circolo vizioso si è innescato e l'economia rischia di sprofondare peggio dello scorso anno.

Quando il 96% delle esportazioni di un’economia è legato a un solo bene, si presuppone che il paese in questione faccia di tutto per sostenerne la produzione nel breve termine e se è lungimirante, punta nel lungo periodo a diversificare la propria industria. Capita, invece, che si inneschi un circolo vizioso, che come nel caso del Venezuela “chavista” impedisce di esportare l’unico prodotto su cui potrebbe puntare per accedere ai dollari: il petrolio. Secondo Reuters, nel Mare dei Caraibi vi sarebbero in sosta da giorni 23 navi cargo cariche di greggio della compagnia petrolifera statale PDVSA per complessivi 4 milioni di barili, che Caracas non riuscirebbe più a fare rientrare in patria per assenza di liquidità con cui provvedere sia alla pulizia dei serbatoi, sia per fare tornare il carico nei porti nazionali. (Leggi anche: Crisi Venezuela, come Trump potrà assestare il colpo di grazia)

Siamo arrivati al punto, quindi, che il Venezuela non sarebbe più in grado di produrre l’unico bene, che in teoria gli consentirebbe, tramite le esportazioni, di ottenere preziosa valuta pesante, con la quale importare beni e tentare di porre almeno parzialmente rimedio alla gravissima carenza di offerta nel paese.

Venezuela a corto di petrolio da esportare

Secondo un report interno di PDVSA, gravata da 13 miliardi di dollari di debito e che Fitch ritiene essere sull’orlo del default, nonostante uno swap sui bond effettuato qualche mese fa per complessivi 7 miliardi, la produzione giornaliera crescerebbe quest’anno di appena 5.000 barili al giorno a 2,5 milioni, ma nell’ultimo trimestre del 2016 ha subito un calo delle esportazioni del 13% rispetto al primo trimestre a 1,59 milioni di barili.

E per quest’anno le esportazioni verso la Cina dovrebbero esplodere del 55% a 550.000 barili al giorno, ma lungi dall’essere un fatto positivo, il dato confermerebbe le criticità finanziarie di Caracas. Solo nell’ultimo decennio, Pechino ha prestato al governo venezuelano 50 miliardi di dollari, prestiti rimborsati da questi con l’invio di petrolio. Il fatto che le esportazioni verso la Cina dovrebbero aumentare di una percentuale così considerevole sarebbe il segno che il periodo di grazia di cui Caracas ha goduto è finito. (Leggi anche: Crisi Venezuela, prestiti Cina in forse)

 

 

 

 

Venezuela sull’orlo di un default, che non arriva mai

A conti fatti, sempre che davvero la produzione giornaliera di petrolio riesca a rimanere stabile su base annua, è come se PDVSA dovesse fare a meno di 115.000 barili in meno di vendite all’estero, pari alla maggiore quota da inviare ai creditori cinesi; dollari in meno da incassare, quando già oggi non ne ha nemmeno per far sì che il greggio prodotto raggiunga le destinazioni straniere.

Senza le esportazioni di petrolio, il Venezuela crollerebbe all’istante più di quanto non abbia già fatto. Il 2016 si è chiuso con un pil a -19% e un’inflazione stimata all’800% e attesa raddoppiare dal Fondo Monetario Internazionale per l’anno in corso. Numeri da fallimento già in atto, ma che il presidente Nicolas Maduro sta cercando a tutti i costi di non certificare, continuando a mantenere un cambio fisso fuori da ogni logica e finalizzato solamente a pagare il debito estero, anche al costo di privare la popolazione anche della sussistenza minima. (Leggi anche: Perché Maduro si ostina a non dichiarare default)

Ad aggravare la situazione economica c’è il ritiro in corso delle banconote da 100 bolivar, che al cambio illegale sul mercato nero varrebbero appena 3 centesimi di dollaro, pur essendo stato finora il taglio più elevato e pari al 48% dell’intero contante circolante. Saranno emesse al loro posto banconote da 500 fino a 20.000 bolivar, con lo scopo di agevolare le transazioni, dato che ormai per fare la spesa bisogna portarsi dietro valigie di biglietti, essendo il loro valore praticamente nullo. Stentando la banca centrale ad emettere i nuovi tagli (non ha i soldi per pagare le società emittenti all’estero), si è arrivati all’ennesimo paradosso di un’economia annegata in un mare di liquidità, ma che da oltre un mese ha carenza proprio di contante per gli scambi interni. Siamo di fatto a un passo dal ritorno al baratto.

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti