Crisi Venezuela, Maduro inseguito dalla folla: abbiamo fame

Venezuela al collasso. Una folla di manifestanti insegue il presidente Maduro al grido di "abbiamo fame". E il peggio potrebbe arrivare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Venezuela al collasso. Una folla di manifestanti insegue il presidente Maduro al grido di

I primi giorni di settembre sono stati di fuoco in Venezuela, dove le opposizioni calcolano di avere portato nelle piazze del paese un milione di persone. Ma l’episodio certamente più curioso è avvenuto l’altro ieri sull’isola di Margarita, dove un gruppo di manifestanti di circa una trentina di persone ha inseguito per strada il presidente Nicolas Maduro al grido di “abbiamo fame”.

L’economia è al collasso. In Venezuela manca di tutto, dalle medicine ai generi alimentari essenziali, a causa dell’impossibilità di importare beni dall’estero per mancanza di dollari. Le riserve valutarie del paese ammontano a meno di 12 miliardi di dollari, di cui solo un paio di miliardi liquidi e prontamente disponibili. E sintomatico delle crescenti difficoltà finanziarie è anche il cambio tra il bolivar e il dollaro, che al mercato nero si è riportato sopra quota 1.000, nettamente superiore al tasso di 646 segnalato sulla piattaforma ufficiale controllata dal governo.

Petrolio Venezuela, risorsa sfruttata al peggio

Eppure, una buona notizia sarebbe arrivata ieri per Caracas: l’intesa tra Russia e Arabia Saudita per stabilizzare la produzione del petrolio. Il ministro dell’Energia venezuelano, Eulogio Del Pino, è stato tra i più attivi nel chiedere un vertice OPEC d’emergenza per discutere su come ravvivare le quotazioni.

L’economia venezuelana dipende totalmente dal petrolio, materia prima che rappresenta il 96% delle sue esportazioni. Il crollo dei prezzi (in dollari), unitamente a un cambio fisso, non consente al paese andino di accedere alla quantità necessaria di valuta estera per le importazioni, mentre provoca una gigantesca crisi fiscale.

Default Venezuela molto probabile

Il peggio, stando a uno studio della Columbia University, potrebbe ancora arrivare. Se quest’anno la produzione di greggio è scesa mediamente di 230.000 barili al giorno (meno le esportazioni, essendo stati compressi i consumi interni), nei prossimi mesi è probabile che la compagnia petrolifera statale PDVSA sia in grado di produrre ancora di meno, circa altri -2-300 mila barili al giorno, aggravando la crisi economica e finanziaria, potenzialmente innescando un default sovrano, atteso dai traders con probabilità del 50% entro un anno e del 91% entro i prossimi 5 anni.

 

 

 

Banca centrale Venezuela la peggiore al mondo

Sarebbero due le ragioni fondamentali del calo continuo della produzione: 1) assenza di investimenti per il rinnovo delle tecnologie impiegate e per sfruttare appieno i pozzi; 2) carenza di dollari necessari ad importare dall’estero il greggio “leggero”, che deve essere mescolato con quello “pesante” prodotto in loco, prima di essere venduto sui mercati.

Nel frattempo, la rivista di business Global Finance ha bocciato senza appello il governatore della banca centrale di Caracas, Nelson Merentes, che su una scala di giudizi dalla “A” (voto migliore) alla “F” (voto peggiore), si è beccato proprio il voto più basso, dopo che nel 2015 aveva già ricevuto una “D” in pagella.

Rischio di rivolte ancora peggiori

La rivista bolla così la banca centrale venezuelana come la peggiore al mondo, la meno efficiente di tutte nel perseguire gli obiettivi di politica monetaria. In effetti, con un tasso d’inflazione tra il 700% e il 1000%, sarebbe difficile valutare Merentes altrimenti. Per la cronaca, i banchieri centrali più apprezzati per i loro risultati conseguiti sono stati quelli di Israele, Libano, Paraguay, Perù, Filippine, Russia, Taiwan e Regno Unito.

Tornando al Venezuela, la PDVSA dovrà pagare debiti in scadenza per 1,8 miliardi di dollari a ottobre e per altri 2,9 miliardi a novembre. Scampato questo bimestre terribile, già a febbraio le si presenterà un altro conto da ben 3,8 miliardi, che sembra sempre più difficilmente sostenibile. Ma a Caracas mai dire default. Maduro continuerà a pagare gli investitori comprimendo i consumi interni, fino a quando le folle di manifestanti non lo accerchieranno completamente.

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti