Crisi Venezuela, il regime di Maduro affronta l’isolamento finanziario su oro e petrolio

Petrolio e oro le due risorse su cui sinora il regime di Nicolas Maduro in Venezuela ha fatto leva per restare al potere, nonostante la fame nel paese dilaghi da tempo. Adesso, la comunità internazionale gliele sta togliendo da sotto il naso.

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Petrolio e oro le due risorse su cui sinora il regime di Nicolas Maduro in Venezuela ha fatto leva per restare al potere, nonostante la fame nel paese dilaghi da tempo. Adesso, la comunità internazionale gliele sta togliendo da sotto il naso.

Un altro passo sarebbe appena stato compiuto nella direzione di costringere il regime di Nicolas Maduro a cedere il potere pacificamente a un governo legittimato e riconosciuto dalla comunità internazionale. Il consigliere alla Sicurezza americano, John Bolton, ha annunciato la comminazione di sanzioni contro il Venezuela e che colpiranno quanti faranno affari con la sua società petrolifera statale PDVSA, pur concedendo alle società a stelle e strisce ed europee il tempo necessario per un’uscita ordinata.

Rispetto all’embargo totale temuto, però, presenta qualche differenza: gli americani potranno continuare ad acquistare petrolio da Caracas, ma i pagamenti dovranno essere versati in un conto a parte, inaccessibile al regime. Lo stesso varrà per la raffineria di proprietà di PDVSA, la Citgo con sede nel Texas, i cui assets (liquidità e beni immobili e mobili) per un controvalore di 7 miliardi di dollari sono stati congelati, a cui si aggiungono 11 miliardi di ricavi da esportazioni perduti da qui a un anno. I suoi tre impianti negli USA raffinano qualcosa come circa 750.000 barili al giorno.

Ascolta qui l’intervista al GR1 di ieri sul Venezuela: https://www.raiplayradio.it/audio/2019/01/GR1-ECONOMIA-c953605a-ebee-4cf9-93da-70f8060d9141.html?fbclid=IwAR32kqujgj3-n6bPmS-u95y7dj37x_kGwVBO-L9x3TS3NzuB-oEJ0GV3Kh4

Non a caso, le quotazioni del petrolio sono arrivate a perdere fino al 2,5% sull’annuncio delle sanzioni, svelando come il mercato abbia tirato un sospiro di sollievo rispetto all’ipotesi del divieto assoluto di importare greggio, cosa che nell’immediato avrebbe costretto gli USA a trovare altrove quei 580.000 barili al giorno acquistati dal Venezuela nei primi 10 mesi dello scorso anno.

Anche l’oro negato a Maduro

Secondo Bolton, la misura punta a impedire che il regime continui a deprivare il paese delle risorse derivanti dal petrolio, come ha fatto sinora con “appropriazione indebita e corruzione”. Il segretario ha aggiunto che il sistema di cambio messo su nel 2014 – quello delle aste della banca centrale con cui i dollari venivano venduti alle imprese importatrici a tassi di cambio più deboli rispetto a quello ufficiale irrealisticamente forte – avrebbero mirato a deviare 600 milioni di dollari di ricavi di PDVSA per finalità corruttive, importo lievitato a 1,2 miliardi già nel maggio dell’anno successivo.

 E poco prima dell’annuncio, l’auto-proclamato presidente Juan Guaidò aveva ordinato all’Assemblea Nazionale di procedere alla nomina dei nuovi vertici dei board di PDVSA e Citgo, un altro passo che andrebbe nella direzione di sottrarre al regime il controllo sulle ricchezze petrolifere con cui sinora ha potuto tenere fedeli l’esercito e l’élite burocratica.

Nel frattempo, la morsa a tenaglia contro Maduro sul piano finanziario si sta stringendo anche da parte di Londra. La Banca d’Inghilterra avrebbe risposto picche alla richiesta della banca centrale venezuelana di rimpatriare oro detenuto presso i suoi caveau per un controvalore di 1,2 miliardi di dollari. Su pressione del governo britannico, sarebbe intenzione del governatore Mark Carney di inviare quei lingotti non già all’istituto di Caracas, sospettato di girare successivamente i proventi della vendita a Maduro e per finalità persino personali, quanto a Guaidò, sebbene continui a sussistere il problema di come spedire il carico in tutta sicurezza. La principale difficoltà riguarderebbe proprio i costi ingenti per la copertura assicurativa.

Perché il petrolio in Venezuela rischia di valere niente anche con la fine del regime “chavista”

Lo strangolamento finanziario ai danni di Maduro

L’oro rappresenta la gran parte delle riserve valutarie del Venezuela, le quali complessivamente valgono ormai appena 8,5 miliardi di dollari. Con poca liquidità in cassa e il metallo parzialmente bloccato all’estero (il restante detenuto in patria potrebbe non essere vendibile nel caso di sanzioni internazionali), il regime sta rimanendo sempre più a corto di ossigeno e rischia da qui a breve di perdere il sostegno finanche dei militari, i quali in tutti questi anni si sono mostrati con esso molto solidali non già per ragioni ideologiche, quanto per lo status privilegiato loro assegnato con la gestione di PDVSA, da mesi formalmente presieduta dall’ex generale Manuel Quevedo, nonché per l’accesso loro riservato al cambio ufficiale a tassi di estremo favore e alla gestione anche degli aiuti alimentari tramite le cosiddette “canastas”.

Il petrolio incide per quasi la totalità delle esportazioni venezuelane e, quindi, costituisce quasi l’unica via per accedere ai dollari, un bene rarissimo e prezioso nell’economia andina di questi tempi. L’embargo “soft” consente all’America, poi, di non subire gli effetti negativi di un divieto “sic et simpliciter” di importare greggio. Resta da vedere se il presidente riconosciuto Guaidò e l’Assemblea Nazionale saranno nelle concrete condizioni di mettere le mani sui proventi del petrolio e sull’oro. Se così fosse, si spezzerebbe l’ultimo legame con i venezuelani che ancora tiene in vita il regime per il bisogno di milioni di famiglie di ricevere anche solo un’assistenza alimentare minima.

Le opposizioni starebbero puntando a prendere definitivamente il potere prima dell’aprile prossimo, quando dovrà essere pagata la cedola sui bond 2020 di PDVSA, garantiti dagli asset della controllata Citgo. Sarebbe una garanzia per l’America, che teme di ritrovarsi in casa creditori sgraditi a capo di una delle principali raffinerie attive sul proprio territorio nazionale. Considerato che il 49,9% del capitale sociale sia già stato concesso in pegno alla russa Rosneft, a garanzia degli 1,5 miliardi di dollari di prestiti ricevuti, il rischio che Washington vuole a tutti i costi evitare – e una volta tanto concorda l’opposizione democratica – sarebbe che la maggioranza andasse a finire nelle mani della compagnia di Mosca. Per questo, prima che la cedola maturi e che l’eventuale mancato pagamento faccia scattare il default, autorizzando i creditori a impossessarsi di Citgo e potenzialmente a fare asse con i russi, Donald Trump vorrà che a Caracas vi sia un governo amico. L’ultima cosa che desidera è il colpo di coda di un regime, il quale se ne andrebbe mandando i “nemici” in casa degli USA. Anche per questo, forse, la Casa Bianca non ha voluto forzare la mano sull’embargo, temendo che una PDVSA senza più liquidità finisca per fare all’America più danni che comodo.

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