Crisi Venezuela potrebbe degenerare con le accuse USA di narcotraffico

Il narcotraffico potrebbe essere la goccia, che farebbe degenerare la crisi già gravissima del Venezuela. Gli USA sequestrano i beni del numero due del regime chavista.

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Il narcotraffico potrebbe essere la goccia, che farebbe degenerare la crisi già gravissima del Venezuela. Gli USA sequestrano i beni del numero due del regime chavista.

Chi ha seguito negli ultimi mesi la serie TV di successo “Narcos” sa che gli USA, negli anni Ottanta di Ronald Reagan prima e di George W.Bush dopo, saltarono dalla sedia, quando scoprirono che il possibile futuro capo dello stato della Colombia sarebbe stato un tale Pablo Escobar, allora tra gli uomini più ricchi al mondo per la rivista Forbes, ma che doveva la sua fortuna economica al narcotraffico.

Washington non avrebbe mai tollerato un narco-stato in America Latina e l’ingresso di Escobar in politica ne segnò l’inizio del declino personale. Senonché, oggi è il Venezuela di Nicolas Maduro ad essere finito nel mirino dell’amministrazione Trump, dopo che il vice-presidente Tareck El-Aissami, in carica da poche settimane, è stato accusato dal Dipartimento del Tesoro americano di essere a capo di un gigantesco traffico di droga, tanto che il segretario Steven Mnuchin ha annunciato questa settimana il congelamento “per decine di milioni di dollari” di beni legati proprio al numero due di Caracas, vietandone anche l’ingresso negli USA.

El-Aissami viene considerato il papabile successore di Maduro, quest’ultimo formalmente in carica fino al 2019, ma travolto da tempo da un’impopolarità quasi totale per via della gravissima crisi economica e finanziaria in cui versa l’economia venezuelana ereditata da Hugo Chavez, scomparso a inizio 2013. (Leggi anche: Emergenza Venezuela, mortalità infantile più alta che in Siria)

Crisi Venezuela degenerata sotto Maduro

I rapporti tra Washington e Caracas sono tesi dalla fine degli anni Novanta, quando alla presidenza arrivò proprio Chavez, che diede vita di fatto a una dittatura dolce di stampo socialista. Il successore, che in teoria avrebbe dovuto essere più pragmatico, si è rivelato, invece, profondamente ideologico e avulso dalla realtà, tanto da avere fatto degenerare una crisi già evidente negli ultimi anni del chavismo, ma che è diventata insostenibile da almeno un biennio, tra iperinflazione (all’800% nel 2016 e stimata al 1.600% quest’anno), crollo del bolivar (- 99% sul mercato nero dal 2013), carenza acuta di beni offerti e lunghe file davanti ai negozi per trovare meno del minimo indispensabile per fare la spesa.

Il tracollo delle quotazioni del petrolio dalla metà del 2014 ha aggravato la crisi, visto che il greggio rappresenta il 96% del valore delle esportazioni venezuelani, essendo, quindi, l’unica via di accesso del paese andino ai dollari, senza i quali non è possibile importare alcunché. E il Venezuela compra dall’estero i tre quarti dei beni consumati. (Leggi anche: Crisi Venezuela, petrolio invenduto ed esportazioni in calo)

Crisi del petrolio aggrava la situazione nel Venezuela

La produzione di petrolio è scesa sotto i 2,5 milioni di barili al giorno, segnando -25% dall’ascesa di Chavez al potere, per effetto degli scarsi investimenti realizzati dalla compagnia petrolifera statale PDVSA, trasformatasi in un bancomat per lo stato e in un ammortizzatore sociale (dipendenti triplicati dal 1999, a fronte di una minore produzione).

Il cambio di amministrazione a Washington era stato salutato con sufficienza da Maduro, che si era limitato a notare come il nuovo presidente americano non potrebbe rivelarsi peggiore del predecessore. Caracas accusa da anni l’America di sabotare la sua economia, un modo per giustificare il fallimento del modello socialista imposto al paese. (Leggi anche: Crisi Venezuela, perché nemmeno la risalita del petrolio salverebbe l’economia)

Presidente Trump duro con Venezuela

Invece, l’amministrazione Trump non appare affatto meno dura di quella di Barack Obama sul Venezuela, avendo invitato formalmente Maduro a liberare gli oppositori politici, tra cui Leopoldo Lopez, in prigione dal 2013 per gli scontri di piazza sanguinari di quell’anno, che lasciarono sull’asfalto decine di studenti. E sempre il presidente Trump ha parlato nelle scorse ore del caso venezuelano con il collega argentino Mauricio Macri, molto critico verso il regime chavista e che ne ha chiesto e ottenuto la sospensione nei mesi scorsi dal Mercosur, l’accordo commerciale sudamericano, a seguito di numerose e ripetute violazioni dei diritti umani.

Nonostante la retorica anti-USA, l’America è più indispensabile che mai per il Venezuela. Da essa, Caracas importa il greggio “light”, che mescolato con quello locale ricco di zolfo, le consente di venderlo all’estero.

E un terzo della raffinazione viene processato da Citgo, la controllata texana di PDVSA, senza la quale il paese non sarebbe nemmeno in grado di esportare il greggio estratto. (Leggi anche: Crisi Venezuela, come Trump potrebbe assestare il colpo di grazia)

Rischio di definitiva implosione economica del Venezuela

Che cosa accadrebbe, se con una mossa “nucleare”, la Casa Bianca ordinasse il congelamento dell’impianto nel Texas e un embargo sulle esportazioni di greggio verso Caracas, al fine di mettere il regime di Maduro alle corde? L’economia venezuelana, già al collasso, precipiterebbe verso il caos, mentre temporaneamente potremmo assistere a un boom delle quotazioni petrolifere internazionali, dato che l’offerta sul mercato globale scenderebbe verosimilmente di non meno di 800.000 barili al giorno.

Quante sono le probabilità, che Donald Trump e la sua amministrazione compiano un simile passo? In teoria, alte. Il segretario di Stato è Rex Tillerson, ex ceo di Exoon, la maggiore compagnia petrolifera privata al mondo, che proprio con il Venezuela ebbe un contenzioso legale, legato all’esproprio dei propri giacimenti nel paese. Dunque, il capo della diplomazia americana avrebbe persino rancori personali con il regime post-chavista.

Per contro, Maduro è un alleato della Russia di Vladimir Putin, con il quale Trump vorrebbe normalizzare le relazioni diplomatiche. Il Cremlino potrebbe avere un certo ascendente, quindi, sul presidente americano, affinché con Caracas eviti mosse estreme. Sarà, ma per adesso tutto lascia presagire a un’escalation tra i due paesi, che potrebbe spingere l’economia andina ancora più nel baratro. E detto cinicamente, se c’è qualcosa di cui 30 milioni di venezuelani oggi avrebbero bisogno è di un evento, che faccia esplodere definitivamente la crisi, perché le sofferenze patite appaiono ormai insopportabili e da troppo tempo.

 

 

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