Crisi Venezuela: “guerra economica” per Maduro, ma i bond salgono del 27%

Crisi in Venezuela sempre più grave: Citibank sospende i conti con governo e banca centrale e un'altra multinazionale ferma la produzione nel paese. Le soddisfazioni arrivano solo dai bond.

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Crisi in Venezuela sempre più grave: Citibank sospende i conti con governo e banca centrale e un'altra multinazionale ferma la produzione nel paese. Le soddisfazioni arrivano solo dai bond.

Citibank ha annunciato di volere chiudere i conti bancari per le transazioni in valuta straniera con il governo di Caracas e la banca centrale del Venezuela. La conferma è arrivata dallo stesso presidente Nicolas Maduro, che l’ha definita il frutto di un “blocco finanziario”, di una “guerra economica”, portati avanti da forze internazionali ostili al suo paese (gli USA), ma avvertendo che ciò non fermerà il Venezuela, il quale “andrà avanti”.

La notizia arriva nelle stesse ore, in cui il ministro del Lavoro, Oswaldo Vera, ha dato l’annuncio dell’occupazione dello stabilimento di Kimberly-Clark, su richiesta dei 971 lavoratori dell’impianto nello stato dell’Aragua, dopo che i manager avevano ordinato la sospensione della produzione.

Rischio default Venezuela altissimo, ma bond salgono

L’impianto, che produce beni per la cura personale, non ha potuto dare seguito all’attività, a causa della carenza pressoché totale di fattori produttivi. Qualche mese fa, Coca Cola aveva dovuto fermare la produzione della bibita nel paese, non disponendo più di sufficiente zucchero. Anche Bridgestone, General Mills, Procter & Gamble e altre multinazionali hanno già sospeso le rispettive produzioni in Venezuela, che oltre a una diffusa carenza di beni, ora vive tragicamente anche l’aumento della disoccupazione, stimata al 17%, conseguenza anche di una recessione profonda, che il Fondo Monetario Internazionale stima per quest’anno tradursi in un crollo del pil dell’8%, dopo un simile tracollo anche accusato nel 2015. Nel frattempo, l’inflazione dovrebbe esplodere al 480%.

Eppure, i titoli di stato hanno reso quest’anno il 27%, dando ragione a chi aveva scommesso su un loro rialzo sui mercati. I bond a 20 anni, ad esempio, rendono oggi quasi 300 punti base in meno rispetto all’inizio dell’anno. Ma come mai un paese così economicamente malmesso e con riserve valutarie di appena 12 miliardi di dollari, ai minimi dal 2003, continua a riscuotere un minimo di credito da parte della comunità finanziaria internazionale?

 

 

 

Bond Venezuela continuano ad attirare

Anzitutto, una precisazione: il rischio default del Venezuela è pur sempre valutato il più alto al mondo, stimato al 55% entro un anno, pur in forte calo dall’82% di qualche mese addietro.

Tuttavia, Maduro ha dimostrato ad oggi di volere sacrificare i consumi della popolazione, arrivando a limitare sotto la soglia minima necessaria le importazioni di beni, pur di disporre di valuta “pesante” sufficiente per onorare le scadenze dei bond.

Ma alla base del rally di questi ultimi mesi ci sarebbe un’altra attesa, quella di un addio anticipato di Maduro alla carica presidenziale, che ufficialmente scade solo nel 2019. Le opposizioni hanno raccolto 1,85 milioni di firme per indire un referendum sulle sue dimissioni forzate, anche se non sappiamo se si terrà entro l’anno o se sarà rinviato all’anno prossimo. In ogni caso, la crisi economica è così grave, che in pochi ritengono che arriverà fino alla fine del mandato.

Evidentemente, i mercati starebbero scommettendo su un cambio di rotta in politica economica, pur nella consapevolezza che dopo Maduro vi sarà una presidenza ancora nelle mani di un collega del partito “chavista”, ostile all’economia privata.

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