Crisi Venezuela: petrolio sequestrato dai creditori russi, è corto circuito

Petrolio in Venezuela una risorsa maledetta: Caracas non riesce più né ad estrarlo, né a venderlo ai clienti. E i creditori russi sequestrano un carico fermo da sei mesi alle Caraibi.

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Petrolio in Venezuela una risorsa maledetta: Caracas non riesce più né ad estrarlo, né a venderlo ai clienti. E i creditori russi sequestrano un carico fermo da sei mesi alle Caraibi.

Immaginate che l’unica risorsa esportata da un paese sia il petrolio e che i prezzi della materia prima si siano più che dimezzati rispetto a quasi tre anni fa, mentre la sua produzione tende persino a ridursi. E’ questa la situazione drammatica del Venezuela, che in queste settimane sembra scivolare a un nuovo stadio più avanzato di crisi economica, finanziaria e umanitaria.

Iniziamo da un dato: le esportazioni di greggio nel primo trimestre risultano diminuite dell’8% su base annua a una media di 1,69 milioni di barili al giorno. Il calo è frutto più che altro dell’incapacità della compagnia petrolifera statale PDVSA di mantenere costante la produzione, avendo sotto-investito in era chavista, impiegando le risorse per incrementare il numero dei dipendenti (triplicato dal 1999, a fronte di un -25% delle estrazioni) ed essendo la stessa utilizzata dal governo come bancomat per scopi sociali altrimenti insostenibili.

Adesso, non solo il Venezuela esporta di meno, ma nemmeno tutto il petrolio in uscita dai suoi porti riesce ad essere venduto. E’ notizia di queste ore, che una delle navi cargo in sosta presso le isole dei Caraibi sin dal mese di ottobre e che trasporta greggio per un valore stimato di 20 milioni di dollari è stata sequestrata dalla compagnia russa Sovcomflot, a parziale compensazione di un credito vantato verso la PDVSA per 30 milioni di dollari. (Leggi anche: Crisi Venezuela, allarme USA: petrolio alla Russia con il default)

Venezuela nella morsa della crisi di liquidità

I russi detengono quasi un sesto dell’intera flotta impiegata da Caracas per esportare il greggio. Si stima che PDVSA possegga 31 navi cargo, anche se 8 sarebbero fuori uso. Cinquanta, invece, sarebbero quelle noleggiate da terzi (il doppio dei livelli ordinari), per le quali spende una cifra compresa tra gli 800.000 e il milione di dollari al mese. Ad oggi, i contratti di noleggio per il trasporto di greggio erano stati stipulati senza alcuna penalità a carico della PDVSA per i casi di ritardo nelle consegne, così come era stato pressoché impossibile il sequestro del carico da parte dei creditori, essendo questo immediatamente ufficializzato dalla compagnia esportatrice di proprietà del cliente.

Il caso di Socvomflot è particolare: i creditori sono al contempo anche i proprietari del tanker, per cui hanno ottenuto una sentenza favorevole al sequestro da parte della Corte dell’Ammiragliato del Regno Unito. E diverse società stanno iniziando a stipulare con Caracas contratti che prevedono penalità giornaliere fino a 23.500 dollari per i casi di ritardo nelle consegne, segno del deterioramento della fiducia verso il paese andino, che non appare più in grado nemmeno di vendere l’unico bene che produce. Ad esempio, decine di navi cargo non sono nelle condizioni di lasciare diversi porti, privi della liquidità necessaria per pulire i serbatoi. Poiché le norme ambientali di svariati paesi impediscono l’attracco condizioni potenzialmente nocive per la salute e la tutela delle acque, il Venezuela è sprofondato in una morsa letale: produce sempre meno petrolio a causa della politica di bassi investimenti e quando lo estrae non riesce a piazzarlo presso i clienti. E pensare che sarebbe il paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. (Leggi anche: Ricco di petrolio, ma a corto di Benzina: il Venezuela di Maduro)

 

 

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