Crisi Venezuela, bolivar crolla del 40% in 7 giorni: ecco l’abisso in cui cadrà

In Venezuela è crisi nerissima per il bolivar, che al mercato nero ha perso il 15% in un solo giorno e il 40% in una settimana. L'iperinflazione porterà l'economia del paese andino a passi obbligati, vediamo quali.

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In Venezuela è crisi nerissima per il bolivar, che al mercato nero ha perso il 15% in un solo giorno e il 40% in una settimana. L'iperinflazione porterà l'economia del paese andino a passi obbligati, vediamo quali.

Le brutte notizie per il Venezuela si moltiplicano e se mercoledì Caracas ha avuto le sue buone ragioni per festeggiare l’accordo OPEC sul taglio della produzione del petrolio, materia prima che rappresenta il 96% delle sue esportazioni, ieri è arrivata l’attesa sospensione dal Mercosur. L’area di libero scambio dell’America Latina, di cui il paese andino fa parte dal 2012, ha assunto la decisione sul mancato rispetto di 112 norme, molte delle quali aventi a che fare con il rispetto dei principi democratici, ma che il presidente Nicolas Maduro ritiene in contrasto con la Costituzione nazionale.

E sempre ieri, il bolivar è precipitato sul mercato nero del 15% a un tasso di cambio di 4.609,37 contro il dollaro, perdendo così il 40% in appena una settimana.

Al cambio ufficiale, un dollaro dovrebbe valere 10 bolivar, mentre sulla piattaforma di semi-mercato, controllata dallo stato, il rapporto dovrebbe essere di 1:670. Ma è il mercato nero a valere più di ogni altro riferimento, perché capta il reale tasso a cui vengono scambiati i bolivar per le strade del paese. (Leggi anche: Bolivar crolla all’1% del cambio ufficiale)

Il petrolio non salverà il Venezuela

Il recupero delle quotazioni del petrolio dovrebbe favorire un aumento dei dollari in entrata, ma la situazione economica sembra essersi ormai deteriorata a tal punto, che difficilmente basterà un Brent a 60 dollari per fare sparire le lunghissime file davanti ai negozi, segno di una carenza estrema di beni offerti. Oltre tutto, la produzione interna è in calo, a causa dei bassi investimenti realizzati dalla statale PDVSA, mentre sotto il “chavismo”, ovvero sin dal 1999, è già scesa del 25%, a fronte di una triplicazione del numero dei dipendenti. (Leggi anche: Nemmeno la risalita del petrolio salverà il Venezuela)

Cosa accadrà d’ora in avanti in Venezuela? Quanto sta accadendo negli ultimi giorni, in particolare, riporta alla mente il flagello dell’iperinflazione, che storicamente ha investito economie con governi spendaccioni e con una produzione in caduta libera. Ed è quello che sta accadendo da anni proprio qui, dove il pil sotto la presidenza Maduro (2013) è diminuito del 20%, mentre l’inflazione è esplosa a circa il 400% stimato per quest’anno e dovrebbe finanche raddoppiare l’anno prossimo.

 

 

 

I pagamenti avvengono ormai a peso

Le banconote da 100 bolivar sono il taglio massimo ad oggi circolante, ma la banca centrale dovrebbe emettere all’inizio del 2017 biglietti fino a 20.000 bolivar, dato che ormai i venezuelani sono costretti a portarsi dietro valigie piene di contante anche per comprarsi le sigarette e pagarsi un caffè. Per non perdere tempo, molti negozianti sono arrivati ormai a smettere di contare le banconote dei clienti, preferendo pesarle. (Leggi anche: Crisi Venezuela, nei negozi si paga a peso)

L’esempio più temporalmente vicino a quanto sta accadendo nel Venezuela è lo Zimbabwe, che solo nel 2009 ha visto esplodere l’inflazione a un tasso incalcolabile e che sarebbe ammonta a diversi miliardi percento. D’ora in avanti, Caracas stamperà banconote dal valore nominale sempre più alto, mentre le importazioni diverranno sempre più basse e la produzione interna carente, provocando tumulti e la conseguente necessità per il governo di abbandonare il cambio fisso, lasciandolo sprofondare con perdite infinitamente vicine al 100% del suo tasso attuale.

Cosa accadrà nel futuro del Venezuela?

La fiducia nel bolivar, già inesistente, obbligherà Caracas a ritirare il bolivar dalla circolazione e a stampare una nuova moneta, magari chiamata “nuovo bolivar”, sempre che riesca a fare attecchire quella minima fiducia necessaria tra i venezuelani, affinché l’esperimento abbia successo. Parimenti, nonostante la retorica anti-imperialista, l’unico modo che il paese avrà per proseguire gli scambi esterni sarà l’adozione del dollaro come moneta nazionale di fatto, probabilmente accanto a qualche altra valuta pesante, come l’euro, anche se non possiamo escludere che si faccia ricorso a valute latino-americane, come il real brasiliano o il peso colombiano, un po’ come sta accadendo nello Zimbabwe con il rand sudafricano.

Nell’ordine, quindi, questa sarà la sequenza ormai obbligata a cui andrà incontro il Venezuela: esplosione ancora più drammatica dei prezzi – abbandono del cambio fisso – introduzione di una nuova moneta nazionale e/o adozione di una divisa straniera pesante.

Senza un cambio di regime a Caracas, però, il destino del nuovo bolivar sarà a lungo tormentato, scordiamoci le fortune del nuovo marco tedesco dopo l’iperinflazione del 1923 in Germania. (Leggi anche: Sovranità monetaria, proteste alla sola ipotesi)

 

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