Crisi Venezuela, bolivar crolla del 20% in 7 giorni e il peggio deve arrivare

La crisi drammatica del Venezuela si coglie nel crollo del cambio al mercato nero. Mancano i dollari, ma probabilmente andrà molto peggio.

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La crisi drammatica del Venezuela si coglie nel crollo del cambio al mercato nero. Mancano i dollari, ma probabilmente andrà molto peggio.

Nonostante le massicce proteste per le strade del Venezuela, il presidente Nicolas Maduro non mostra alcuna intenzione di dimettersi, volendo portare a termine il mandato fino alla scadenza del 2019. Nel frattempo, l’economia del paese andino sta collassando, come dimostra il crollo del bolivar sul mercato nero. Il suo cambio contro il dollaro è schizzato in una sola settimana da 1.222 a 1.567, perdendo così il 20% in 7 giorni e portando al -28% il bilancio di ottobre, sintomo di una carenza estrema di dollari nel paese.

E, infatti, le riserve valutarie di Caracas sono scese a 10,9 miliardi di dollari, il dato più basso degli ultimi 13 anni. (Leggi anche: Rischio esplosione crisi s’impenna)

Sul mercato ufficiale e semi-libero, un dollaro si scambia ancora contro 659 bolivar, mentre al cambio ufficiale si ha un rapporto di appena 1:10, anche se quest’ultimo viene utilizzato solamente per le importazioni di generi alimentari e medicine, peraltro provocandone una carenza così diffusa, che di fatto gli ospedali non sono in grado di funzionare e il tasso di mortalità infantile nel Venezuela è salito nei primi 5 mesi dell’anno al di sopra di quello della martoriata Siria. (Leggi anche: Emergenza Venezuela, mortalità infantile più alta che in Siria)

Iperinflazione sempre più rampante

Il governo “chavista” di Caracas ha dato mandato alla società americana Crane di stampare banconote di 500 e 1.000 bolivar, al fine di agevolare gli acquisti dei venezuelani, che per fare la spesa sono costretti ormai a portarsi dietro valigie piene di banconote, data l’esplosione dei prezzi. A parte che sembra paradossale per un governo anti-USA affidare la stampa dei propri soldi proprio alla società che lavora per il Tesoro di Washington, il problema è che la commissione segnalerebbe al mercato che il paese starebbe reagendo all’iper-inflazione in corso, stampando biglietti ancora più nominalmente alti, ma potenzialmente spingendo i consumatori venezuelani a prevedere una crescita dei prezzi persino più esplosiva di quella in corso.

Chi ha un dollaro a casa si starà chiedendo se sia il caso di scambiarlo ora o di attendere ancora.

Guardando ai dati delle riserve e alla montagna di bolivar in circolazione, si capisce come il peggio debba ancora arrivare. Perché? Il rapporto tra bolivar circolanti e riserve valutarie ci fornisce il cosiddetto tasso di cambio implicito. Ebbene, esso era pari a 4,28 un anno fa, oggi è di appena 2,4. Cosa significa? Che il dollaro è ancora “a buon mercato”, nonostante sul mercato nero il cambio del Venezuela si sia dimezzato di valore quest’anno. (Leggi anche: Crisi Venezuela, Caracas senza dollari)

 

 

 

Ci si mette anche la crisi del petrolio

Ci sarebbe spazio, dunque, a un’ulteriore ondata di deprezzamento del bolivar, atteso forse già in settimana a un cambio di 1.700 contro il dollaro sul mercato nero. La situazione è tragica. Nel triennio 2014-2016, il pil è crollato del 20% ed è atteso in calo anche l’anno prossimo. Le famiglie sono costrette a fare ogni giorno lunghe ore di fila ai supermercati, salvo entrare e trovare gli scaffali vuoti. Chi può, mangia una volta al giorno. (Leggi anche: Venezuela, violenze per carenza di cibo)

Per fare entrare più dollari ed alleviare la carenza drammatica di valuta pesante, Caracas ha bisogno che le quotazioni del petrolio – materia prima, che rappresenta il 96% delle esportazioni – risalgano al più presto. La crisi del greggio provoca non solo la quasi scomparsa dei dollari in circolazione, ma anche la necessità per lo stato di coprire i disavanzi fiscali stampando moneta, esacerbando l’inflazione, che l’anno prossimo dovrebbe salire a ridosso del 1.600%.

Ma nemmeno una risalita dei prezzi energetici sarebbe forse in grado di dare realmente una mano ai venezuelani, dato che la produzione petrolifera nel paese sta collassando, a causa dell’assenza di investimenti nel settore da parte della compagnia statale PDVSA. Se entrasse qualche dollaro in più, quindi, servirebbe a finanziare da un lato le casse dello stato, che sembra intenzionato ad evitare ad ogni costo il default, dall’altro a sostenere gli investimenti della compagnia. Passerebbero diversi mesi, però, prima che i venezuelani riscontrassero qualche risultato apprezzabile.

La sensazione, anche per via dell’accordo OPEC sempre meno concreto, è che non si stia andando nemmeno in questa direzione. (Leggi anche: Venezuela, petrolio importato dagli USA)

 

 

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