Crisi Venezuela, allarme USA: petrolio alla Russia con il default

Il Venezuela ha evitato per l'ennesima volta il default, ma ora gli USA temono che con un eventuale fallimento, il suo petrolio, raffinato in territorio americano, potrebbe finire in mani russe.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela ha evitato per l'ennesima volta il default, ma ora gli USA temono che con un eventuale fallimento, il suo petrolio, raffinato in territorio americano, potrebbe finire in mani russe.

Mercoledì, il Venezuela di Nicolas Maduro e la compagnia petrolifera statale PDVSA hanno sborsato complessivamente 2,2 miliardi tra bond in scadenza e interessi. Nel dettaglio, la seconda ha versato 2,2 miliardi per un’obbligazione scaduta quel giorno e per interessi relativi ai bond 2027 e 2037. Ancora una volta, l’ombra del default si allontana, anche se il prezzo da pagare per mantenere la solvibilità di Caracas si fa ogni giorno più drammatico. Le riserve valutarie sono scese, infatti, a 10,26 miliardi di dollari, di cui per tre quarti sarebbero detenute in oro. L’assenza di liquidità in valuta straniera rende impossibili le importazioni e nel paese sudamericano manca praticamente di tutto, anche perché la produzione interna è collassata da tempo, a causa di una politica anti-capitalistica del regime “chavista”, tesa a instaurare un “paradiso socialista”.

E la crisi venezuelana potrebbe diventare presto il prossimo terreno di scontro tra gli USA di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. Due membri del Congresso, il repubblicano Jeff Duncan e il democratico Albio Sires, hanno inviato una lettera al segretario del Tesoro, Steven Mnuchin, qualche giorno fa, nella quale lo informano del rischio che presto i russi potrebbero divenire i secondi raffinatori di petrolio in territorio americano, rappresentando un potenziale rischio per gli interessi nazionali USA. (Leggi anche: Crisi Venezuela, annunciato ennesimo cambio)

Il default del Venezuela scatenerebbe tensioni tra USA e Russia

Di cosa parliamo? La compagnia petrolifera russa Rosneft ha prestato alla venezuelana PDVSA 1,5 miliardi di dollari, a garanzia dei quali le è stata concessa una quota fino a un massimo del 49,9% di Citgo, una raffineria controllata da PDVSA e con sede nel Texas, dalla quale passa circa un terzo di tutto il greggio nazionale estratto dalla società madre.

Il timore di parte del mondo politico a Washington è che il Venezuela non sia in grado di fronteggiare i suoi debiti nei prossimi anni. Solo nel triennio 2018-2020, infatti, la società statale, che al livello di contabilità è assimilabile al bilancio pubblico, dovrà sborsare tra bond in scadenza e interessi oltre 19 miliardi su un totale di 62 miliardi di debito. (Leggi anche: Crisi Venezuela, perché Maduro si ostina a non dichiarare default)

L’avvertimento di Mosca agli USA: non intromettetevi

Si consideri anche che il clima politico a Caracas è furente. Le opposizioni non hanno sospeso le proteste di massa contro il governo e il presidente nemmeno nel corso di questa Settimana Santa, inveendo contro la decisione delle autorità di inibire un loro leader, Henrique Capriles, dagli uffici pubblici per 15 anni, così come contro la volontà dell’esecutivo di sottrarre il potere legislativo all’Assemblea Nazionale, da loro controllata dalla fine del 2015 e per la prima volta dalla fine degli anni Novanta.

A conferma che le tensioni interne al paese andino potrebbe essere motivo di divisione tra USA e Russia arriva una dichiarazione della portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, che ha invitato Washington a non intromettersi nelle vicende locali e dell’area, ricordando i trascorsi degli anni Settanta, come il colpo di stato in Cile di Augusto Pinochet. La stessa ha, però, espresso vicinanza alle vittime delle proteste.

Va detto, che quand’anche Rosneft s’impossessasse di una quota di minoranza di Citgo, la minaccia agli interessi americani sarebbe forse poco credibile. Non si vede cosa potrebbe fare il socio russo per mettere a repentaglio l’economia a stelle e strisce. Dubbi legittimi, invece, sulla valutazione dell’asset venezuelano, che il governo di Caracas tentò di vendere nel 2014, ma richiedendo ai potenziali acquirenti non meno di 10 miliardi di dollari. Sulla base della garanzia concessa ai russi, oggi verrebbe prezzato complessivamente a meno di un terzo di tale valore e pur scontando il tracollo delle quotazioni petrolifere da allora avvenuto, sarebbe la spia dello scarso potere contrattuale di Maduro con i creditori e anche del bisogno disperato di liquidità da parte del suo governo. (Leggi anche: Il Venezuela venderà Citgo?)

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, Petrolio, valute emergenti