Crisi Venezuela, abisso economico sempre più vicino e Maduro arresta oppositori

Venezuela sempre più nel baratro, anche se dal regime di Nicolas Maduro non vi sono segnali di apertura alla comunità internazionale. Si teme il default, ma il vero incubo resta la drammatica crisi umanitaria del paese andino.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Venezuela sempre più nel baratro, anche se dal regime di Nicolas Maduro non vi sono segnali di apertura alla comunità internazionale. Si teme il default, ma il vero incubo resta la drammatica crisi umanitaria del paese andino.

L’isolamento diplomatico del Venezuela può dirsi quasi totale, dopo le elezioni indette a fine luglio dal regime di Nicolas Maduro per istituire un’assemblea nazionale e non riconosciute dalla comunità internazionale, essendo state boicottate dalle opposizioni per l’evidente intento del presidente “chavista” di espropriare il Parlamento nazionale da loro controllato a stragrande maggioranza di qualsiasi potere. Dopo la disputa sulla reale affluenza ai seggi – il governo rivendica un milione di elettori in più di quelli stimati dalla società Smartmatic – due dei leaders delle opposizioni sono stati prelevati dalle loro case dai militari e condotti in carcere, aggravando la già devastante crisi politico-istituzionale del paese sudamericano, che si aggiunge a quella non meno drammatica dell’economia.

Sul mercato nero, il cambio continua a sprofondare a livelli sempre più miseri, arrivando a 14.761 bolivares contro il dollaro, quando al tasso ufficiale si ha ancora un rapporto di 1:10, benché utilizzato ormai solamente per le importazioni di cibo e medicine. Secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s, Caracas deterrebbe solo 3 miliardi di riserve valutarie cash, a fronte dei 10 miliardi nominali dichiarati. I restanti 7 miliardi sarebbero costituiti, infatti, da oro. Considerando che entro la fine dell’anno arriveranno in scadenza debiti sovrani e della compagnia petrolifera statale PDVSA per altri 5 miliardi, di cui bond di quest’ultima tra ottobre e novembre, o il governo dismetterà altri lingotti d’oro o dovrà sperare in un aumento dell’afflusso di entrate derivanti dalla vendita di petrolio per potere onorare le scadenze. (Leggi anche: Crisi Venezuela, i 10 numeri della tragedia umanitaria sotto Maduro)

Boom rischio default Venezuela

I prezzi dei bond sono diminuiti negli ultimi giorni, scontando il maggior rischio default atteso dal mercato nell’ultimo anno e mezzo: al 62% di probabilità entro 12 mesi, al 95% entro 5 anni. E così, il bond sovrano 2038 quota attualmente sui 38,5 centesimi, mentre il bond PDVSA 2037 a 31 centesimi. Il rischio fallimento è elevatissimo, ma a questi valori i titoli appaiono molto appetibili, tenendo presente che Maduro ha segnalato di gran lunga di non volere in alcun modo saltare una sola scadenza, anche al costo di comprimere le importazioni a livelli disumani, rendendo la vita di 30 milioni di venezuelani praticamente un incubo.

USA e UE minacciano sanzioni contro Caracas e il segretario di Stato Rex Tillerson ha confermato che saranno prese in considerazione “tutte le opzioni” contro il regime venezuelano, che in quattro mesi di proteste risulterebbe responsabile di almeno 125 morti, di cui 14 solamente durante le elezioni-farsa di pochi giorni fa.

Quali sarebbero le opzioni in mano agli USA? Le ipotesi sono diverse e tutte ad alto impatto sul Venezuela. Washington potrebbe decidere di bloccare le importazioni di greggio dal paese andino. Stando ai dati ufficiali, l’America di Trump acquista ogni giorno da Caracas 780.000 barili, il 49% delle intere esportazioni di questa. Sarebbe un colpo durissimo per il regime chavista, che dovrebbe trovare nell’immediato mercati alternativi di sbocco, con ogni probabilità in Asia. Secondo Goldman Sachs, però, ammesso che ci riuscisse subito, per rendere appetibile il suo oro nero e per sobbarcarsi maggiori costi di trasporto, dovrebbero scontare il prezzo di 2,50 dollari al barile, non proprio ciò di cui il paese avrebbe bisogno per sperare di evitare un collasso finanziario definitivo. (Leggi anche: Rischio shock petrolifero, sanzioni USA più vicine)

Le opzioni USA per fermare il regime di Maduro

Tuttavia, anche i consumatori americani risentirebbero negativamente del blocco delle importazioni dal Venezuela, in quanto queste ammontano a circa il 4,3% del totale. Il prezzo del Wti salirebbe, mentre probabilmente scenderebbe quello del Brent, per effetto dello spostamento dell’offerta di Caracas dagli USA al resto del mondo.

In alternativa, gli USA potrebbero bloccare le proprie esportazioni verso il Venezuela, pari a una media di 25.000 barili al giorno. Poca roba, ma che consente alla PDVSA di miscelare il greggio leggero americano a quello pesante proprio, rendendolo esportabile. In questo caso, non vi sarebbero grosse difficoltà per Maduro nel reperire mercati diversi da quello USA per le importazioni, anche se verosimilmente sconterebbe prezzi di acquisto più elevati e, dunque, margini inferiori per l’unica risorsa nazionale esportata all’estero.

Non si esclude, stando al Financial Times, nemmeno che gli USA vietino alla PDVSA di accedere ai dollari per le sue operazioni commerciali e finanziarie, una misura che la taglierebbe fuori dal circuito finanziario mondiale, accelerando la crisi della compagnia e delle stesse casse statali del paese. Tutte opzioni, va detto, note da mesi, ma che la Casa Bianca teme possano tradursi in una crisi umanitaria senza precedenti per un’economia non del terzo mondo, quando già oggi gran parte della popolazione venezuelana vive nell’indigenza ed è costretta a rovistare nei cassonetti per permettersi di mettere insieme pranzo e cena. (Leggi anche: Crisi umanitaria in Venezuela, USA pensano a sanzioni)

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti