Crisi valutaria, i Brics cercano una soluzione al G20 di San Pietroburgo

I paesi emergenti studiano la creazione di un fondo a sostegno delle valute. Tutti sono sulla stessa barca dell'annuncio del "tapering". Ma problemi sono strutturali

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I paesi emergenti studiano la creazione di un fondo a sostegno delle valute. Tutti sono sulla stessa barca dell'annuncio del

Giovedì e venerdì prossimi si riuniranno i 20 capi di stato e di governo del G20 a San Pietroburgo. La Russia di Vladimir Putin è presidente di turno e l’occasione non poteva essere migliore per Mosca, finora appena lambita dalla tempesta valutaria che sta colpendo da alcuni mesi i Brics, il gruppo delle economie emergenti più significative. Nell’occhio del ciclone ci sono Brasile, India, Indonesia, Turchia e, in parte, anche la Russia stessa. La rupia indiana ha perso il 25% dall’inizio dell’anno, il real brasiliano il 15% e la lira turca l’11%. A Nuova Delhi è vera emergenza e si teme una crisi finanziaria in stile inizi anni Novanta, quando il paese fu costretto a chiedere un finanziamento al Fondo Monetario, essendo arrivata a disporre di riserve per soli 13 giorni (L’India rischia una crisi valutaria: crolla anche oggi la Rupia).

La situazione non è ancora così critica, ma il trend è preoccupante. Per tutti, lo spartiacque è stato il mese di maggio, sebbene la crisi valutaria abbia avuto inizio già da nei mesi precedenti. In quel mese, infatti, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha annunciato la riduzione prossima degli stimoli monetari, noti come “quantitative easing”. L’attesa di una minore liquidità a disposizione dei mercati finanziari e la prospettiva di un rialzo dei tassi USA ha fatto scattare il dietro-front degli investitori di tutto il pianeta, che da mesi stanno, quindi, vendendo nelle economie emergenti per tornare ad acquistare negli States e in Europa. Fin quando il denaro è stato abbondante e a bassissimo costo, anche gli investimenti nei Brics erano considerati accettabili. Ora, si scremano le opportunità, si scelgono solo gli investimenti da certi rendimenti in su e si valutano maggiormente i fondamentali.

 

Crisi economie emergenti: il problema dei fondamentali

E qui casca l’asino. Perché se è vero che le economie emergenti hanno attuato numerose riforme dagli anni Novanta in poi, è da qualche anno che siedono sugli allori di una crescita imponente e invidiata dalle economie industrializzate. Per questo, in Brasile, come in Turchia e in India si sono creati i cosiddetti “colli di bottiglia”, ossia strozzature dell’offerta, che si riflettono in un’inflazione moderatamente alta, a fronte di una domanda sostenuta. A sua volta, l’economia perde competitività sui mercati internazionali e il forte deprezzamento di tali valute riflette sostanzialmente questi fondamentali deteriorati.

La reazione immediata dei governi non è, però, quella di introdurre le riforme necessarie a rimuovere gli ostacoli per proseguire il trend di una crescita rampante, bensì una difesa delle valute con la proposta di creare un fondo a loro sostegno e che sarà discussa proprio al margine del vertice di San Pietroburgo tra le potenze interessate. Gioca un ruolo importante in questa crisi il fattore politica, con governi indeboliti negli ultimi tempi. Basti pensare alle proteste di piazza in Turchia o alla paralisi istituzionale indiana.

Putin avrà il non facile compito di mediare tra le richieste dei Brics di cui fa parte la Russia stessa e quelle dell’Occidente, che chiede la rimozione di quei fattori di squilibrio a livello planetario, come i tassi fissi della Cina. Il mood dell’incontro per il Cremlino dovrà essere il rilancio della crescita, che sta a cuore a Mosca più di ogni altra cosa. Per i Brics, il fondo anti-crisi valutaria serve anche a unire geo-politicamente le potenze già accordatesi nei mesi scorsi per la creazione di un istituto alternativo al Fondo Monetario, ma essi rischiano di allontanare la soluzione della crisi, anziché affrontare i nodi.

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