Crisi Unicredit: i numeri della paura

La crisi di Unicredit in borsa si spiega con alcuni numeri davvero preoccupanti. Vediamoli.

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La crisi di Unicredit in borsa si spiega con alcuni numeri davvero preoccupanti. Vediamoli.

La crisi delle banche italiane sta in cima alle preoccupazioni dell’Europa, come dimostra il contenuto della lettera inviata dal capo della Vigilanza della BCE, Daniele Nouy, in risposta a due europarlamentari del Movimento 5 Stelle, Marco Valli e Marco Zanni. Nella missiva, in estrema sintesi, la responsabile dei monitoraggi sugli istituti più grandi dell’Eurozona ha spiegato come le elevate sofferenze, ovvero la cattiva qualità del credito erogato, rappresenti uno degli ostacoli principali per la ripresa dell’economia italiana.

A Bruxelles, come a Roma, la paura ha iniziato a montare seriamente dopo la nascita del fondo Atlante, che in teoria avrebbe dovuto riportare la calma sui mercati, mentre non ha arrestato la crisi di fiducia verso le banche italiane, che dall’inizio dell’anno in borsa hanno perso mediamente il 39% e dall’annuncio dell’operazione di sistema, voluta dal governo Renzi, hanno continuato a cedere un altro 6%.

Crisi Unicredit

A conferma che il problema sia serissimo, il flop dell’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e quello già in previsione di Veneto Banca, ma ancora prima non aveva soddisfatto nemmeno il dato sulla raccolta di capitali da parte di Atlante, che puntava a 5-6 miliardi, mentre si è dovuto accontentare di 4,25 miliardi.

Il guaio vero è che nel mirino dei mercati non vi sono solo le piccole banche scarsamente patrimonializzate del nostro paese, bensì persino qualche big. Parliamo di Unicredit, l’unica italiana a fare parte della lista Sifi, quella in cui vengono inserite solo le “too big to fail”, ovvero gli istituti a carattere sistemico.

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Titolo Unicredit dimezzato in 6 mesi

Unicredit ha perso negli ultimi sei mesi più della metà del suo valore e oggi capitalizza a Piazza Affari appena 16 miliardi, quando vanta un patrimonio netto di quasi 53,5 miliardi. Gli investitori sostanzialmente la valutano tra un quarto e un terzo dei suoi assets.

Il titolo Unicredit è sceso ai minimi storici nelle ultime sedute, segnando fino a 2,534 euro. I numeri sono da brivido, perché se la banca con sede a Milano si trovasse in difficoltà, non ci sarebbero in Italia capitali a sufficienza sul mercato per metterla in sicurezza.

Capitale Unicredit non elevato

Da un punto di vista patrimoniale, il suo Cet 1 ratio fully-loaded risultava pari al 10,85% al 31 marzo scorso, superiore al livello minimo imposto dalla BCE, ma senza quel margine di garanzia contro un eventutale accadimento negativo. Si consideri che il mercato ritiene una banca solida quando mostra un Cet 1 non inferiore a circa il 12%.

Che le cose non si siano messe bene a Piazza Gae Aulenti lo dimostrano anche le dimissioni annunciate dell’ad Federico Ghizzoni, che paga proprio il non avere mostrato polso sufficiente per imprimere una svolta a quella che fino a non molti mesi fa era la prima banca italiana per capitalizzazione.

 

 

 

Sofferenze Unicredit oltre 20 miliardi

Unicredit ha crediti deteriorati (sofferenze, incagli, prestiti scaduti, ristrutturati) per 79 miliardi, ma al netto delle svalutazioni già effettuati ne possiede poco più di 38 miliardi. Di questi, 20,2 miliardi sono sofferenze, la porzione più rischiosa degli impieghi, pari al 4,2% del totale dei prestiti erogati. Rispetto alle dimensioni complessive nazionali, l’istituto rappresenta più di un quinto dei crediti deteriorati lordi e quasi un quarto delle sofferenze nette.

D’altronde, con oltre 480 miliardi di impieghi, la banca rappresenta anche più di un finanziamento su quattro in Italia e con quasi 400 miliardi di depositi quasi un quarto del totale. Guardando a queste cifre, si scopre, quindi, che l’istituto non sarebbe esposto al rischio credito più della media del mercato, nonostante in valore assoluto possano farci pensare diversamente.

E, però, resta il fatto che quel 10,85% del Cet 1 non fa stare tranquilli gli investitori. Per alzarlo, ci sarebbero due strade principali: ricapitalizzarsi e cedere assets. La prima è stata già percorsa abbastanza, visto che dal 2008 ha chiesto ai soci 15 miliardi, grosso modo quanto vale oggi in borsa. Quanto alla cessione degli assets, ci sarebbe per Unicredit la possibilità di vendere almeno parte di quel 66% detenuto in Fineco, che in borsa vale, però, meno di 4 miliardi, per cui si racimolerebbe qualcosa, ma non tale da andare lontani con i ratios patrimoniali.

 

 

 

Nuovi licenziamenti?

Ci sarebbero altre misure più drastiche, come lo sfoltimento delle filiali sul territorio e il licenziamento di parte dei quasi 127.000 dipendenti. Ma già entro il 2018 sono previsti 18.200 licenziamenti, di cui 6.900 in Italia. E’ probabile, quindi, che nemmeno per questa via si trovino soluzioni d’impatto efficaci.

La dimensione sistemica di Unicredit in Europa fa sì che il suo destino sia legato a doppio filo alla ripresa dell’economia continentale e, in particolare, dell’Italia. Non intravedendosi nel nostro paese un reale cambio di passo, il mercato ha iniziato a dubitare sulla capacità delle nostre banche di far fronte ai crediti a rischio. Per quanto in linea con la media nazionale, le sofferenze nette di Unicredit ammontano ancora più del suo valore in borsa. E forse Atlante è nato proprio per sottrarre alla banca le castagne dal fuoco, visto che si era imbattuta nell’infelice idea di garantire l’aumento di Vicenza. Il gotha finanziario italiano avrà intuito che tutto si potrebbe permettere l’istituto ancora guidato da Ghizzoni, tranne che di accusare altre perdite.

 

 

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