Flessibilità, UE immola il Patto di stabilità per salvare governi “fedeli”

La flessibilità chiesta e ottenuta dal governo Renzi sui conti pubblici segna la fine del Patto di stabilità. La Commissione europea agisce da attore politico, le regole fiscali non hanno più senso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La flessibilità chiesta e ottenuta dal governo Renzi sui conti pubblici segna la fine del Patto di stabilità. La Commissione europea agisce da attore politico, le regole fiscali non hanno più senso.

La Commissione europea ha concesso all’Italia la necessaria flessibilità fiscale per il 2017 per battere il populismo di quanti nel nostro paese propugnino politiche di ostilità all’euro e alla UE. Sono parole esplicite quelle usate dal commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, custode dei conti pubblici nazionali, intervistato da Class Cnbc. Il francese ha preso le distanze, però, da quel target del 2,4% di rapporto tra deficit e pil, che il governo Renzi punta a centrare per l’anno prossimo e che significherebbe per il nostro bilancio statale un miglioramento nullo rispetto all’andamento dei conti di quest’anno.

Secondo Moscovici, un deficit al 2,4% nel 2017 non sarebbe né la cifra che i commissari hanno oggi in mente, né quella che ritengono alla fine sia raggiunta dall’Italia. Come dire, flessibilità sì, ma niente esagerazioni. Al nostro paese, chiede di smaltire il peso dell’enorme debito pubblico incombente sulle future generazioni e di attivarsi in favore di politiche per la crescita economica. (Leggi anche: Crisi Italia, flessibilità è richiesta di paese senza futuro)

Flessibilità per battere il populismo di Grillo

Per quanto nel corso dell’intervista abbia cercato di smussare la sua ingerenza nel dibattito politico interno (“gli italiani sono un popolo maturo e non hanno bisogno di indicazioni dall’esterno”), è evidente quanto stia accadendo in queste settimane, ossia un baratto tra Bruxelles e Roma sui conti pubblici: più flessibilità per aiutare il governo Renzi a superare lo scoglio del referendum costituzionale, perduto il quale i commissari e la cancelliera Angela Merkel temono che a Roma vi saranno porte spalancate per una vittoria del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni, sgradita loro per il tasso ostentato di euro-scetticismo da parte del suo fondatore Beppe Grillo.

Ha senso cercare di tenere in vita un governo con concessioni continue di flessibilità, al fine di impedire che al suo posto vada un movimento euro-scettico, che si tema trasgredisca le regole fiscali? In altre parole, al premier Matteo Renzi viene permesso di accumulare ancora più debiti (e l’Italia ha già il record storico di un rapporto debito/pil al 133%), per evitare che l’arrivo al governo degli euro-scettici metta in discussione l’apparato di norme fiscali europee, definite spregiativamente anche come di “austerità”. Se non fosse, che già da due anni è lo stesso governo Renzi ad aver soppiantato nel nostro paese tali norme, limitandosi a non superare il tetto del deficit sul pil del 3%, per il resto disattendendo tutti gli impegni concordati dai suoi predecessori e da sé stesso. (Leggi anche: Renzi aumenta ancora il debito e fa campagna con i nostri soldi)

 

 

 

Regole fiscali UE non hanno più senso

Aldilà del paradosso, il vero limite di questo baratto ai danni dei conti pubblici è di dimostrare all’opinione pubblica l’inconsistenza delle regole in sé, ovvero che esse possano essere piegate a finalità politiche estranee a quelle più propriamente economiche. Consentire di fare più debiti a un paese come l’Italia, il più indebitato d’Europa dopo la Grecia, avalla di fatto la flessibilità in favore di chicchessia, perché sarà molto meno facile adesso pretendere che la Francia e la Spagna, due grosse economie alle prese con movimenti euro-scettici al loro interni, raggiungano gli obiettivi fiscali alle scadenze concordate.

La mossa della Commissione Juncker potrebbe diventare un boomerang nel medio termine, perché spronerebbe gli elettori di tutti i paesi dell’Eurozona a ritenere che l’ammorbidimento delle regole sia possibile con l’avanzata di movimenti euro-scettici. E’ come se Bruxelles avesse mostrato il suo tallone d’Achille in pubblico. D’ora in avanti, poco senso avrà la concertazione di obiettivi sovranazionali, dato che nel giro di pochi mesi sono caduti il Patto di stabilità, l’Unione bancaria e il Fiscal Compact. Quand’anche Renzi superasse il referendum, sarebbe per l’Europa una vittoria di Pirro, avendogli concesso quanto chiederebbe verosimilmente qualsiasi suo avversario interno. (Leggi anche: Flessibilità: Renzi la chiede, l’Europa la nega)

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Fiscal Compact, Governo Renzi, Matteo Renzi

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