Crisi turca, la lira continua a indebolirsi e si teme una grave caduta del credito

La crisi turca non è finita, anzi la lira continua a indebolirsi sui mercati e in poco più di una seduta ha perso il 4%. E un rallentamento o persino una recessione dell'economia sembrano scontati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi turca non è finita, anzi la lira continua a indebolirsi sui mercati e in poco più di una seduta ha perso il 4%. E un rallentamento o persino una recessione dell'economia sembrano scontati.

I giornali non ne parlano quasi più, sebbene fosse l’argomento finanziario clou di un paio di settimane fa, ma la crisi turca non è rientrata, anzi si è aggravata. La lira turca ha perso il 4% da domenica sera, attestandosi nella mattinata odierna a un cambio contro il dollaro di oltre 6,23. Dall’inizio dell’anno, risulta così avere perso intorno al 40%. La banca centrale non si è mossa ufficialmente per arrestare il crollo con un rialzo dei tassi, ragione per cui il cambio rimane debolissimo e c’è chi, come il Prof Steve Hanke della Johns Hopkins University, prevede che presto scenda a 7:1, stimando un’inflazione annua reale di poco superiore al 100%, nettamente al di sopra del 15,9% delle statistiche di Ankara relative al mese di luglio. La discrepanza sorge dal fatto che Hanke misura la crescita dei prezzi confrontando il costo di un paniere con quello sostenuto all’estero, cercando così di anticipare anche i movimenti dei tassi di cambio.

Lira turca di nuovo in caduta libera, perché la speranza per Ankara sarebbe l’oro

Ad ogni modo, il fattore credibilità sta giocando un ruolo dirimente nella vicenda. I capitali stanno fuggendo dalla Turchia sulle assurdità propinate dal presidente Erdogan in materia economica. Egli sostiene che l’inflazione si combatta abbassando e non alzando i tassi, anche se dietro a questa scusante “ideologica” vi sarebbe tutto l’interesse a sostenere l’espansione del credito in favore del comparto-chiave delle costruzioni, trainante per l’economia domestica e tradizionalmente vicino alla maggioranza islamico-conservatrice in Parlamento. Sempre secondo Hanke, per rimediare al danno, Ankara dovrebbe adottare il “currency board”, cosa che arresterebbe la fuga dei capitali e sosterrebbe la lira turca, similmente a quanto fece Hong Kong prima di ancorare il suo dollaro a quello americano (“peg”).

Il “currency board” prevede l’ancoraggio a un’altra valuta, ma senza che la banca centrale nazionale abbia alcuna possibilità di influire sulla quantità di moneta da immettere nel sistema economico, dato che essa sarebbe vincolata strettamente alle riserve della valuta estera. In pratica, se la Turchia annunciasse che la base monetaria sarebbe legata all’euro detenuto tra le riserve secondo un rapporto quantitativo stabilito e fisso, gli investitori tornerebbe ad acquistare lire turche, qualora ritenessero l’impegno credibile. Infatti, Ankara si legherebbe mani e piedi alla politica monetaria della BCE, la quale gode certamente di una credibilità di gran lunga maggiore di quella turca.

La crescita turca dovrà rallentare per forza

Per contro, Erdogan ne uscirebbe politicamente molto ridimensionato e, pertanto, dovremmo escludere che prenda anche solo in considerazione una simile ipotesi, volendo controllare, invece, proprio la leva monetaria per gestire l’economia turca secondo i suoi calcoli. Ma l’Institute of International Finance (IIF) prevede tempi duri per quest’ultima, paventando il rischio di un “credit crunch” persino peggiore di quello subito dalle principali economie mondiali nel 2008 con lo scoppio della crisi finanziaria. In effetti, le banche turche sono colpite dal crollo della lira, in quanto esso aggrava le difficoltà delle imprese nazionali nel rimborsare i prestiti contratti in valuta straniera. In previsione di un boom di casi di default, la stretta sui prestiti sarebbe la risposta immediata degli istituti, cosa che finirebbe per mandare l’economia in recessione.

Alle origini della crisi turca: niente complotto contro Erdogan, ma politiche suicide 

Proprio la contrazione dei consumi interni risolverebbe, però, il problema principale e causa fondamentale della crisi finanziaria: il deficit commerciale. La Turchia importa costantemente molto di più di quanto esporti e il “gap” viene finanziato dall’afflusso di capitali dall’estero, gli stessi che negli ultimi tempi stanno venendo meno, scatenando il crollo del cambio. Questo può essere arrestato solo da un maxi-rialzo dei tassi capace di far tornare i capitali o dal conseguente calo delle importazioni, visto che i beni saranno divenuti più cari in valuta straniera. Quanto alle esportazioni, invece, non è detto che la lira debole le sostenga, essendo il deprezzamento accompagnato da un contestuale rialzo dei prezzi. Ma il calo delle importazioni avverrebbe anche in conseguenza di una contrazione generale dei consumi, a sua volta generato da una crisi del credito, che da anni alimenta la crescita di una delle economie emergenti ritenute più promettenti sino a poco tempo fa. In sostanza, stretta o meno, la Turchia è destinata a pigiare il pedale del freno sul fronte della crescita.

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Argomenti: Crisi turca, Economie Asia, Inflazione, lira turca, valute emergenti

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