Crisi spread, i tragici errori dell’Europa che rischiano di ripetersi

Con tempismo allucinante, la UE rischia di uccidere in culla la ripresa dell'economia italiana con misure inutilmente severe per le banche.

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Con tempismo allucinante, la UE rischia di uccidere in culla la ripresa dell'economia italiana con misure inutilmente severe per le banche.

E’ fronte comune in Italia contro la decisione annunciata dalla Vigilanza della BCE di introdurre dall’1 gennaio prossimo regole più restrittive sui crediti deteriorati. Dalla politica a Confindustria, passando per l’Abi e la Banca d’Italia, sono tutti infuriati contro Francorte, che punta a inasprire le norme sui nuovi prestiti dubbi.

Per quelli che verranno iscritti a bilancio da parte delle banche nell’Eurozona dall’anno prossimo, dovranno essere effettuati accantonamenti per l’intero importo e in un paio di anni, mentre per la parte coperta da eventuali garanzie, il tempo necessario per la copertura è di sette anni. Se applicate così come sono state anticipate, le nuove regole di Francoforte avrebbero effetti molto negativi per il mercato del credito, specie in quelle economie gravate ancora da elevate sofferenze, come l’Italia. (Leggi anche: Le nuove regole BCE colpiscono i prestiti delle banche e l’economia italiana)

Proprio mentre stiamo per registrare la più solida crescita economica dal 2010, rischiamo di fare la fine di sei anni fa, quando l’uscita dalla crisi fu interrotta dall’esplosione della crisi dello spread. E anche allora a metterci lo zampino fu proprio l’Europa con nuove regole bancarie. Era il mese di ottobre e mentre infuriava la sfiducia sui mercati finanziari verso il Sud Europa, l’Eba (European banking authority), l’autorità bancaria europea, non trovò di meglio che obbligare gli istituti a iscrivere i bond sovrani in portafoglio al loro valore di mercato al 30 settembre di quell’anno. Così, l’ente, peraltro retto dall’italiano Andrea Enria, segnalava due cose: che vi era un concreto rischio default di stati come l’Italia; che mantenere in portafoglio i bond degli stati più indebitati e in difficoltà sui mercati non sarebbe stato conveniente, in quanto i titoli avrebbero subito gli effetti delle oscillazioni di prezzo.

Quella decisione, unitamente al malizioso sorrisino del presidente francese Nicolas Sarkozy in conferenza stampa con la cancelliera Angela Merkel (che rispose con uno suo, ma frutto più dell’imbarazzo del momento) sull’Italia, affossarono i nostro titoli di stato e lo spread BTp-Bund a 10 anni toccò il massimo di 576 punti base in era euro.

Da lì, la crisi finanziaria, economica e politico-istituzionale, che ci portiamo ancora oggi dietro come un macigno apparentemente insuperabile. Le banche di tutta Europa, infatti, si sbarazzavano velocemente dei nostri BTp, mentre quelle italiane smettevano di prestare denaro alle nostre imprese e famiglie, avendo la necessità di ricapitalizzarsi.

Il rischio di un nuovo 2011 per l’Italia

Anche stavolta, il copione sembra dannatamente uguale. Ripresa alla portata, per quanto non entusiasmante, e l’Europa a metterci del suo per creare nuove difficoltà e riportarci indietro. Evidentemente, se le banche italiane dovranno temere di erogare nuovi prestiti per l’eccessiva severità delle nuove regole, ridurranno gli impieghi, specialmente a discapito delle pmi e dei mutui, arrestando la ripresa. E pensare che la fase sarebbe delicata già di suo tra elezioni politiche italiane dal risultato praticamente incerto come quello di una lotteria e una Spagna alle prese con la più grave crisi istituzionale dalla morte del Generalissimo Francisco Franco, causa minacce secessioniste della Catalogna.

Eppure, sotto la presidenza di Mario Draghi alla BCE sembrava essere prevalso il buon senso, persino un eccesso di prudenza, che impedisce ancora oggi all’istituto di uscire dal piano di accomodamento monetario, il quale si traduce in un forte sostegno al nostro mercato dei bond, a dire il vero immeritato, considerando i continui rinvii degli obiettivi fiscali da parte dei nostri governi che si susseguono e della loro incessante richiesta di ulteriore flessibilità per i conti pubblici. Davvero sembra non esservi grande comprensione per i meccanismi di mercato tra le istituzioni europee, che per tempismo non hanno mai brillato granché. (Leggi anche: Crisi spread, perché l’Italia è oggi ancora più periferia del 2011)

 

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