Crisi spread, ritorno atteso dagli analisti: BTp nel mirino entro l’anno

La crisi dello spread tornerebbe ad affacciarsi in Italia e in altri paesi della periferia dell'Eurozona entro l'anno. Le previsioni di autorevoli analisti.

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La crisi dello spread tornerebbe ad affacciarsi in Italia e in altri paesi della periferia dell'Eurozona entro l'anno. Le previsioni di autorevoli analisti.

Sembrano lontani, un ricordo remoto i tempi delle tensioni sul mercato dei titoli di stato italiani, quando lo spread BTp-Bund a 10 anni arrivò fino ai 576 punti base e i nostri BoT a 6 mesi venivano emessi al rendimento record del 6,4%. Oggi, i rendimenti decennali sono poco sopra l’1% e per le scadenze brevi fino ai 2-3 anni scendono persino sotto lo zero.

Dovremmo ringraziare una sola persona per questo clima idilliaco sui mercati: Mario Draghi.

Il governatore della BCE ha lanciato nel gennaio dello scorso anno il programma di acquisto dei bond sovrani dell’Eurozona, oltre ad altri assets. Da allora, ne sono stati rastrellati sul mercato secondario per un controvalore di oltre 1.000 miliardi sui 1.300 complessivamente impiegati con il QE.

QE ha decimato rendimenti bond Eurozona

L’elevata domanda di titoli ha fatto schiantare i rendimenti, sganciandoli dai fondamentali delle rispettive economie. Poco importa, se il pil italiano resta di circa l’8% inferiore a quello del 2007, se il nostro debito pubblico sia esploso al 133% del pil, se il nostro deficit viene risanato molto più lentamente degli impegni formalmente assunti negli anni dai governi di Roma, se la ripresa economica del nostro paese sia di fatto finita. Ci pensa “Super Mario” a comprare i nostri bond, così come quelli degli altri paesi dell’area, spingendo gli investitori privati a fare altrettanto, potendo confidare in una crescita quasi automatica dei prezzi.

E così, nel giro di meno di cinque anni, le banche italiane hanno più che raddoppiato le loro esposizioni al nostro debito sovrano, arrivando a detenerne oggi circa 415 miliardi di euro. In attesa di conoscere quali decisioni assumerà la BCE al prossimo board di domani, gli analisti iniziano a ragionare in prospettiva e mettono in guardia dalle conseguenze, che saranno avvertite, una volta che il QE cesserà di esistere. Perché, piaccia o meno, un giorno non ci sarà più, forse già tra un anno.

 

 

 

Rendimenti BTp torneranno a salire

JP Morgan ha spiegato di avere adottato una politica “selettiva” degli acquisti di bond nell’Eurozona, considerando al limite delle sue possibilità la politica monetaria della BCE.

Per questo, spiega che lo spread tra i titoli “core” e quelli della periferia dell’unione monetaria potrebbe aumentare di 100 punti base.

Un simile ragionamento lo ha esternato anche l’olandese Abn Amro, la quale ha previsto che il differenziale decennale di rendimento tra i titoli del Portogallo e quelli della Germania si amplierà di una quarantina di punti a 350 bp, quello spagnolo di 17 bp e quello italiano di una trentina di bp. Tutto questo è atteso accadere entro l’anno.

Spread spagnolo già più basso del nostro

Si consideri che già oggi la performance dei titoli italiani, per quanto positiva in valore assoluta, non lo è in relazione all’andamento dei bond spagnoli. Madrid è senza governo da otto mesi e mezzo e potrebbe ancora restare senza guida per mesi ancora, arrivando forse a indire le terze elezioni in appena una decina di mesi. Eppure, lo spread tra i Bonos e i Bund viaggia sui 10 anni intorno a 15 bp in meno di quello tra i BTp e i Bund sulla medesima scadenza.

Evidentemente, la stagnazione economica del nostro paese, la previsione di una crisi politica per dopo il referendum costituzionale e la crisi delle banche italiane avrebbero mutato l’atteggiamento degli investitori, che in pochi mesi sono passati dal preferire l’Italia alla Spagna alla condizione opposta.

 

 

 

Mercato inizia a scontare fine QE, ma non solo

Attenzione, la parziale fuga dai bond periferici sarebbe un discorso a sé, rispetto alle specifiche situazioni di eventuale crisi nazionali. In sostanza, avverrebbe per il solo fatto che il mercato inizierebbe a scontare la fine degli stimoli monetari, ma si sommerebbe alle preoccupazioni, che potrebbero scatenarsi a seguito di una caduta del governo Renzi e/o all’ingresso della nostra economia in una terza recessione dal 2008.

Dati i livelli infimi a cui sono sprofondati i rendimenti sovrani, una pur loro vigorosa ripresa non implicherebbe una crisi fiscale per il nostro paese, ma certamente il Tesoro dovrebbe iniziare a spendere qualche miliardo all’anno in più per rifinanziare il debito in scadenza, godendo di margini di manovra ancora più bassi di quelli attuali sui conti pubblici.

L’austerità la imporranno i mercati, non tanto l’Europa.

 

 

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