La crisi del sistema calcio nelle mani di Donnarumma, Azzurri fuori dai Mondiali col portafogli pieno

Al Barbera di Palermo gli Azzurri non sono solo usciti dai Mondiali, ma hanno trascinato nel baratro il sistema calcio dell'Italia.

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Sistema calcio da rifondare

Un gol di Trajkovski punisce gli Azzurri di Roberto Mancini e provoca un nuovo choc Nazionale dopo quello del novembre 2017 contro la Svezia. Per la seconda volta consecutiva, l’Italia non parteciperà ai Mondiali. Non andrà in Qatar. Una disfatta per il sistema calcio tricolore quella che giovedì sera è andata in scena allo stadio Barbera di Palermo. Non servono troppi giri di parole per descrivere quanto è accaduto: dopo la vittoria inattesa e stupefacente agli Europei, gli Azzurri non si sono rivelati all’altezza del titolo conquistato. Una squadra divenuta leziosa, macchinosa in fase di manovra, in preda a un possesso palla sterile, che si è fatta trafiggere da una rete fortuita e da una squadra – la Macedonia del Nord – che nel ranking FIFA è solamente 65-esima. Moltissimi di noi ne ignoravano giustamente anche solo l’esistenza.

Ma adesso serve capire di cosa sia malato il sistema calcio italiano e quale sarebbe la possibile cura. Qualche numero per arrivarci: in Serie A, i giocatori italiani sono appena il 38% della rosa. I titolari Under-21 sono appena lo 0,43% e, compresi i panchinari, arrivano ad una media pietosa di 2,7 ingaggiati per squadra. In pratica, il calcio italiano non è italiano e neppure giovane. Ma la vera domanda è un’altra: perché? I nostri ragazzi non giocano bene o non esistono meccanismi per scoprirli e valorizzarli?

I difetti del sistema calcio italiano

Non è un mistero che, salvo rarissime eccezioni, le grandi società non investano un solo euro sui settori giovanili. Juventus, Milan e Inter fanno essenzialmente scouting all’estero e hanno pochi italiani in rosa. E, soprattutto, dall’estero importano giocatori fin troppo “maturi”. Pensate al caso di Cristiano Ronaldo in maglia bianconera fino allo scorso agosto o a Olivier Giroud e Ibrahimovic in quella rossonera o ancora ad Arturo Vidal in quella nerazzurra.

La Serie A è diventata la Florida del calcio europeo, l’anticamera della Cina per i giocatori che si avviano alla fine delle loro carriere agonistiche.

Dopo questa eliminazione scioccante, va da sé che il sistema calcio debba interrogarsi sulla sostenibilità di certi stipendi. Abbiamo un Barella che percepisce 4,5 milioni di euro netti all’anno, poco meno dei 5 milioni di Bonucci e quanto Insigne. Un Bonucci a 6,5 milioni e un Jorginho che al Chelsea ne incassa (in euro) circa 6,8 milioni. Infine, il portierone Gigio Donnarumma: non si era accontentato dei 6 milioni netti a stagione al Milan e ha preferito trasferirsi al PSG, dove ne guadagna il doppio. Già, anche se gioca part-time, male e contro la Macedonia non è stato capace di parare l’unico tiro in porta della serata.

La rosa degli Azzurri era stimata prima per valore tra tutte le squadre ai play-off: circa 856 milioni di euro contro gli appena 65 degli avversari. E’ evidente che questi valori siano destinati ad essere rivisti, naturalmente al ribasso. Tornando a Donnarumma, è diventato, suo malgrado, l’emblema di cosa non vada nel sistema calcio italiano. Tanti soldi, pochi risultati e troppi capricci. E’ un bravissimo ragazzo in balia di un procuratore, la cui categoria per certi versi è forse uno dei grossi mali del pallone. Il paradosso è che più i club italiani sono finanziariamente fragili e più sono sotto ricatto di personaggi a caccia di denaro facile, tanto e subito.

Quali possibili riforme?

Bisognerebbe rivedere il sistema di competizione per le serie minori, i criteri di selezione dei giocatori e puntare sui settori giovanili. Servono le quote a favore dei giocatori di nazionalità italiana? Al di là dei ragionamenti sul piano legale, il problema è a monte: se ingaggi troppi stranieri perché gli italiani giocano peggio e costano di più, non risolvi così il problema, anzi rischi di aggravarlo. Devi creare i presupposti affinché gli italiani giochino meglio e pretendano il giusto. Di riforme del sistema calcio si parla da almeno 15 anni, mancano i fatti. Dove sono gli stadi di proprietà, se ancora oggi Inter e Milan presentano progetti ridicoli per continuare a sfruttare un impianto comune, roba che neppure in eccellenza? E che senso hanno squadre che dalla Serie B si affacciano in A per una o massimo due stagioni per poi tornare giù e finanche fallire? Possiamo permetterci ancora di maltrattare le serie minori come fossero un fastidio?

Che il sistema calcio non funzionasse, lo si sapeva ben prima della seconda eliminazione di fila ai Mondiali.

I diritti TV non crescono di rinnovo in rinnovo e il distacco con gli altri campionati principali in Europa si amplia. Le squadre italiane in Champions League recitano il ruolo delle comparse, sempre più spesso offrono appena un cameo. La Juventus è stata distrutta in casa pochi giorni fa da un Villareal, che in Liga è solo settima quest’anno. Milan e Atalanta non pervenuti, Inter stessa fine dei rivali bianconeri. L’ultima vittoria in Champions risale al 2010 e fu di quest’ultima. E restando alle competizione della Nazionale, ai Mondiali dopo la vittoria del 2006 abbiamo rimediato due figure indecorose in Sudafrica e Brasile. Dopodiché, neppure quelle. Ma è probabile che finirà come dopo lo choc del 2017: tanti rimpianti, tante parole, tante promesse di cambiamento e nessuna reale riforma. Il declino è servito. Anche nel calcio.

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