Crisi nera nel mondo degli eventi: “siamo su una zattera in alto mare e non vediamo la terraferma”

Il mondo degli eventi in Italia vive una crisi gravissima a seguito dell'emergenza Covid. Un altro lockdown sarebbe per molte realtà insostenibile.

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Nuovo Dpcm rimborsi palestre

Chiudiamo il “superfluo” per salvare l’economia e fermare il Covid? Dipende dal concetto di superfluo. Per chi ci lavora, la crisi è nera e le prospettive ancora peggio. Abbiamo intervistato Francesco Paolo D’Angelo, che a Termini Imerese (Palermo), a soli 25 anni ha messo in piedi un’agenzia di organizzazione di eventi: “Il Sarto degli Eventi”. Oggi di anni ne ha 28 e, pur ancora molto giovane, vanta un’abbondante esperienza lavorativa alle spalle. Ha iniziato a lavorare nel settore quando era ancora minorenne e si è fatto le ossa come animatore turistico. Tre anni fa, la svolta. Decidere di mettere a frutto il suo “know how” nel settore e ha subito successo. “Nel palermitano mi conoscono tutti. Organizzo feste da Bagheria alle Madonie”, spiega.

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Giusto il tempo di prendersi le prime soddisfazioni professionali di rilievo, che arriva l’inatteso lockdown. “Ho dovuto cancellare 40 date in tre mesi. Avevo già preso 17 matrimoni, molti sono stati rinviati al 2021 e, peraltro, ho scoperto che si accavalleranno con altri già fissati”. Non c’è alcuna rabbia nelle parole di Francesco, che chiarisce “non sono un negazionista, credo che il virus ci sia, che faccia vittime. E io cerco di stare attento alle regole per proteggere i miei genitori e mia moglie. E quando partecipi a 15 eventi al mese, il rischio di essere contagiato è alto”.

Ma l’intervista tradisce una certa delusione per come siano andate le cose dopo il lockdown. Alla riapertura estiva, con la sua agenzia ha cercato di seguire i protocolli scrupolosamente, ma ciò non ha pagato. Anzi. I ristoranti con cui si è relazionato hanno spesse volte rifiutato la collaborazione, perché Francesco ha cercato di limitare ai minimi i balli e si mostrava intransigente sull’uso della mascherina.

“C’è stata una corsa all’oro dei ristoratori per coprire le perdite e così molti si sono affidati ad agenzie meno serie, che hanno avuto meno scrupoli e magari costavano di meno”.

L’osservanza delle regole non ha premiato

Per evitare il peggio per la sua attività, Francesco decide di inserire nei suoi eventi anche i balli, ma rispettando distanze e richiedendo l’uso della mascherina. “E’ stato molto difficile, perché obiettivamente non si può ballare senza stare vicini e molte volte mi sono sentito arrivare diversi sfottò perché parlavo al microfono con la mascherina”. Insomma, l’estate è andata com’è andata e gli aiuti non sono stati sempre puntuali e congrui. “Il bonus 600 euro di marzo e aprile mi è arrivato puntuale, mentre i 1.000 euro del fondo perduto li sto ancora aspettando. Il mio commercialista ne ha fatto richiesta due giorni prima della scadenza e dicono che siano arrivati solo a chi ha fatto richiesta nei primi giorni. I fondi del governo sarebbero finiti, ma adesso speriamo nel Recovery Fund“.

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Altra nota dolente: il clic day della Regione Siciliana. “Sicilia Pay” avrebbe dovuto corrispondere aiuti fino a 6.000 euro e l’attività di Francesco ne avrebbe avuto diritto per l’intera somma. Ma l’iniziativa è morta prima ancora di nascere, a causa di un flop tecnico per cui Palermo è passata alle azioni legali contro TIM. Fatto sta che gli aiuti arrivano col contagocce, mentre bisogna pagare le utenze, i contributi previdenziali propri e dei collaboratori, l’affitto del locale, il furgone, etc.

“Un altro lockdown non ce lo possiamo permettere e, se ci fosse, dovremmo ricevere aiuti sufficienti. E il vaccino deve arrivare subito dopo, sennò non ha senso”.

“Non sono venale, ma per tenere in vita un’attività devi fatturare. E per adesso sto intaccando i miei risparmi.

So di potere contare sui miei genitori e su mia moglie, che lavora. Ma non tutti sono fortunati come me”.

Francesco non vuole fare questo lavoro tutta la vita. Vorrebbe crearsi un franchising per quando non sarà più un ragazzino e non andrà in giro tutte le notti a seguire gli eventi in prima persona. Il suo sogno sarebbe diventare direttore di una struttura alberghiera e sta accumulando tutte le conoscenze possibili per realizzarlo. “Accanto alla sede della mia attività, sul corso a Termini, ci sono un’agenzia di viaggi e una gioielleria, entrambe in grande crisi“. E la chiosa fa riflettere: “Sento come se siamo su una zattera in alto mare e senza vedere la terraferma”.

La storia di Tresse srl, reinventatasi con il Covid

Spostandoci dalla Sicilia alle Marche, abbiamo intervistato un altro imprenditore. Si chiama Pietro Bassi, in arte Peter, titolare di Tresse srl, una società con sede a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), retta insieme ai due soci Piero Spina e l’amministratore Dante Caucci. E’ una realtà grossa nel Centro Italia e opera anche sul resto del territorio nazionale. Offre servizi di sicurezza per gli eventi e una delle loro attività principali consiste nel collaborare con le società di Serie A, fornendo loro gli steward negli stadi. Adesso che l’ingresso negli impianti è stato limitato a soli 1.000 tifosi, spiega, la domanda è di molto diminuita. E, infatti, molti dipendenti della Tresse sono finiti in cassa integrazione. Molti meno sono anche i facchini richiesti per il montaggio dei palchi, delle luci, etc., insomma tutte quelle attività che dietro le quinte consentono la realizzazione degli spettacoli. E l’annullamento dei concerti ha fatto venire meno anche questo business.

Tuttavia, Pietro e soci non si sono persi d’animo. Ci sorprende con una frase inconsueta di questi tempi: “Il Covid da un lato ci ha preso molto, ma dall’altro ci ha dato. Noi eravamo quasi esclusivamente concentrati sui lavori notturni, adesso stiamo spostandoci sul diurno.

Ci siamo reinventati. Al posto degli steward negli stadi, li mandiamo a misurare la temperatura dei dipendenti in ingresso nelle aziende o in occasioni in cui ce li richiedono. I facchini non montano palchi, ma li mandiamo a scaricare container. Però, non possiamo mantenere lo stesso alto numero dei dipendenti di prima”.

E di fatto, dopo il lockdown la ripresa c’è stata, ma il fatturato resta del 30/40% inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Pietro non si lamenta degli aiuti statali, che a suo dire sono arrivati puntuali e a sufficienza. “Questo, perché avevamo un buon ranking. E’ stata premiata la nostra serietà, l’essere sempre stati in regola su tutto, avere pagato sempre tutto. Ho sempre creduto e continuo a credere nella bandiera italiana. Usciremo da questa crisi più forti di prima”.

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