Crisi MPS: salvataggio pubblico vicino, ma l’equilibrio politico resta difficile

Salvataggio pubblico di MPS vicino, ma per il governo Renzi sarà molto complicato riuscire a non subire l'onta mediatica.

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Salvataggio pubblico di MPS vicino, ma per il governo Renzi sarà molto complicato riuscire a non subire l'onta mediatica.

Si avvicina il salvataggio pubblico di MPS. Oggi, il cda dell’istituto dovrebbe varare un aumento di capitale di 3 miliardi di euro, a cui, alle attuali condizioni, il mercato non dovrebbe aderire nemmeno minimamente. A questo punto, dovrebbe intervenire il Tesoro, che sulla base dell’art.32 della direttiva comunitaria Brrd, quella che ha istituito il bail-in, sottoscriverebbe le azioni di nuova emissione.

Poiché si tratterebbe di un salvataggio con denaro pubblico, la nuova disciplina sulle risoluzioni bancarie prevede che sia rispettato il principio del “burden sharing”, ovvero della condivisione dei rischi con i privati. Gli azionisti, in verità, sarebbero già gravati dall’intervento, perché per effetto della diluizione del loro capitale, il prezzo delle azioni precipiterebbe, mentre complicato resta il caso degli obbligazionisti subordinati.

Obbligazionisti MPS creano un caso politico

Questi dovrebbero formalmente partecipare alle perdite, per cui i bond in loro possesso dovrebbero almeno parzialmente essere espropriati per rafforzare il capitale di MPS. Tuttavia, si tratta di 60.000 piccoli risparmiatori, molti dei quali hanno sottoscritto il bond con scadenza maggio 2018 con taglio minimo di appena 1.000 euro dal 2008. Politicamente, l’operazione non sarebbe sostenibile. Se 10.500 obbligazionisti delle quattro banche salvate nel novembre scorso (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti) alimentano da 7 mesi una polemica rilevatasi rovinosissima per l’immagine del governo, figuratevi cosa accadrebbe con una platea potenzialmente sei volte più ampia.

E allora, la trattativa con Bruxelles di questi giorni verte tutta qua. Il governo Renzi vorrebbe utilizzare la Cdp, controllata dal Tesoro, ma formalmente un veicolo di diritto privato, affinché questa si addossi dell’onere ricadente sugli obbligazionisti subordinati, magari rastrellando i loro titoli sul mercato ai prezzi attuali, cosicché le perdite siano minimizzate.

 

 

Una nuova operazione di sistema

Al contempo, sempre il governo starebbe orchestrando una seconda operazione di sistema, la nascita del fondo Giasone, che dopo Atlante mirerebbe con più vigore a sostenere i prezzi delle sofferenze bancarie cedute dagli istituti, nel tentativo di avvicinarli a quelli iscritti nei bilanci. L’operazione, formalmente anch’essa privata, se varata contestualmente alla ricapitalizzazione, potrebbe ridurre il fabbisogno di capitale da parte di MPS, perché a fronte dei 10 miliardi di crediti a rischio da dismettere entro il 2018, le minusvalenze potenzialmente accusate sarebbero minori, in quanto si traslerebbero sui conti di Giasone e di quel che resta di Atlante.

In alternativa all’ipotesi di acquisto dei bond subordinati MPS, lo stato potrebbe creare un fondo per rimborsare gli obbligazionisti dei titoli azzerati in tutto o in parte, similmente a quanto ha appena fatto con i risparmiatori delle banche salvate a novembre. Tuttavia, l’operazione non sarebbe né immediata, né semplice da eseguirsi, perché si configurerebbe come un intervento diretto di sostegno ai privati di una banca in risoluzione, per cui la UE potrebbe bloccarla.

Comunque vada, sarà un danno per Renzi

Da un punto di vista della gestione della comunicazione politica, il governo Renzi si trova dinnanzi a uno scenario “lose-lose”, ovvero rischia di perdere, comunque vada. Se riesce nel miracolo “tecnico” di potere escludere del tutto dalle perdite gli obbligazionisti subordinati, si troverà esposto alle facili critiche delle opposizioni, che gli rimprovereranno a ridosso del referendum costituzionale di avere scaricato sui contribuenti le perdite di una banca, gestita di fatto dal suo PD, tramite la Fondazione MPS.

Viceversa, se almeno temporaneamente gli obbligazionisti subordinati non potranno essere risparmiati dalle perdite, l’ondata di sdegno rischia di travolgere l’esecutivo anche prima del voto di ottobre, per il quale la sconfitta sarebbe certa e ampia.

 

 

Flessibilità finita

L’Europa conosce benissimo i rischi politici che il caso potrebbe fare emergere e cercherà senz’altro di dare una mano a Renzi, compresa la poco flessibile Germania. Tuttavia, il benestare a un salvataggio pubblico rientrerebbe in una logica del “do ut des”, per la quale Roma non potrebbe più accampare scuse sui conti pubblici e dovrebbe porre fine alle richieste di flessibilità fiscale. Volendo essere espliciti, il premier ha dinnanzi a sé tre mesi di inferno prima del referendum.

 

 

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