Crisi MPS, italiani hanno già pagato 220 mln le malefatte della banca toscana

Lo stato italiano salverà MPS con soldi pubblici per la quarta volta in 8 anni. E in soli 18 mesi, la banca toscana ci è costata 220 milioni.

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Lo stato italiano salverà MPS con soldi pubblici per la quarta volta in 8 anni. E in soli 18 mesi, la banca toscana ci è costata 220 milioni.

Quale che sia la soluzione ideata per MPS e che sarà resa nota con ogni probabilità dal nuovo governo, dopo che la BCE non ha concesso più alcuna proroga per l’attuazione dell’aumento, una cosa è certa: i contribuenti italiani saranno chiamati per la quarta volta in meno di otto anni a finanziare la banca toscana, la più antica al mondo, ma che rischia seriamente di chiudere i battenti una volta per tutte. Era l’inizio del 2009, quando l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, s’inventa l’emissione di nuovi strumenti finanziari per 1,9 miliardi, ribattezzati “Tremonti-bond”, una sorta di prestito oneroso (cedola all’8,5%), che si poneva allora l’obiettivo di garantire a Siena la liquidità sufficiente per evitare il crac.

Passano tre anni e al loro posto arrivano i “Monti-bond”, caratteristiche simili ai predecessori, ma emessi per un controvalore di 4,07 miliardi, di cui 1,9 miliardi in sostituzione degli strumenti finanziari del 2009. Il Tesoro previde la possibilità di farsi pagare gli interessi in azioni, qualora la banca non fosse stata in grado di farlo con un esborso monetario; cosa che avveniva nell’estate del 2015, quando MPS, in base a una delibera già emanata dal cda a maggio, emetteva 118 milioni di nuove azioni per 243 milioni di euro complessivi, consegnate al Tesoro gratuitamente, al posto della cedola sul debito residuo. (Leggi anche: Banche italiane salvate con le tasse dei contribuenti)

Persi 220 milioni in 18 mesi

Lo stato italiano diventa, quindi, tra i principali azionisti dell’istituto, oggi primo, con il 4% del capitale. Peccato, però, che nel frattempo si è trovato in mano un pugno di mosche. Il valore di quelle azioni ammonta oggi, infatti, a poco più di appena 25 milioni di euro. In meno di 18 mesi, quindi, i contribuenti italiani, rappresentati dal Tesoro, hanno “bruciato” virtualmente quasi 220 milioni di euro per effetto del crollo azionario di MPS.

La banca dovrà sbarazzarsi presto di 27,7 miliardi di crediti deteriorati, che dovrebbero essere ceduti sul mercato a 9,2 miliardi di euro, con la conseguenza di provocare una perdita ulteriore sui suoi conti di 5 miliardi, di cui uno già coperto con la conversione di parte delle obbligazioni subordinate. (Leggi anche: Aumento MPS, conversione bond subordinati un flop)

 

 

Nuovo intervento pubblico per salvare MPS

I restanti quattro miliardi dovranno essere o reperiti sul mercato dei capitali – operazione ormai considerata impossibile persino dalla stessa dirigenza di MPS – oppure attraverso veicoli più o meno apertamente pubblici. Diverse le ipotesi allo studio del governo uscente, tra cui: iniezione pubblica diretta di 4 miliardi, magari tramite la Cdp, con la conseguenza che lo stato diverrebbe azionista quasi totalitario della banca; rastrellamento delle restanti obbligazioni subordinate al loro prezzo di mercato o a un valore prefissato, da convertire in azioni. Gli obbligazionisti verrebbero forse parzialmente risarciti con un fondo statale creato appositamente per le perdite eventualmente accusate da quanti avevano acquistato i bond all’atto della loro emissione e a un prezzo superiore a quello di cessione.

Comunque vada, pare che il Tesoro dovrà intervenire fino ad altri 4 miliardi. Sempre che il conto si limiti alla sola MPS. Visti i precedenti, non ci sarebbe da sperare in un rapido ritorno di questa cifra da parte dei contribuenti, se è vero che nel biennio 2014-2015, la banca senese si è ricapitalizzata per complessivi 8 miliardi, che avrebbero dovuto elevare il complessivo valore di MPS in borsa a non meno di 11 miliardi, quando ne vale appena 620 milioni. (Leggi anche: Banche, nazionalizzazione e bail-in light)

 

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