Crisi MPS, fiducia svanita in soluzione solo di mercato per le banche italiane

La crisi delle banche italiane è ben sintetizzata da MPS, il cui salvataggio affidato al solo mercato diventa sempre più un miraggio.

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La crisi delle banche italiane è ben sintetizzata da MPS, il cui salvataggio affidato al solo mercato diventa sempre più un miraggio.

Le azioni MPS hanno toccato stamattina nuovi minimi storici, scendendo fino a 17,26 centesimi. La banca più antica del mondo capitalizza ora in borsa poco più di mezzo miliardo, quando nell’estate del 2015 aveva esercitato un ennesimo maxi-aumento da 5 miliardi. Più passano i giorni e minore sembra la fiducia risposta dagli investitori in una qualche soluzione di mercato per la crisi delle banche italiane. La situazione è così seria, che il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha esordito questa settimana con un vertice tra i responsabili del settore, al fine di fare chiarezza su quanto stia accadendo.

Le quattro “good banks”, nate dallo scorporo delle attività in bonis delle banche salvate nel novembre 2015 (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), non riescono a trovare compratori e adesso Bankitalia sembra incline sia all’ipotesi “spacchettamento” per spuntare un prezzo complessivo più alto, sia a ripescare gli offerenti di aprile, le cui proposte erano state rigettate, ritenute insufficienti. (Leggi anche: Good banks, torna l’ipotesi spezzatino)

Crisi MPS, sfiducia mercato cresce

Ubi Banca sarebbe disposta rilevare tre delle quattro “good banks” a prezzi sa super-saldi, ma avendo queste in pancia crediti deteriorati per diversi miliardi, la BCE ha avvertito che il gruppo bergamasco potrà dar luogo all’operazione solo con un aumento di capitale. Ubi si oppone, non intenzionata a imbarcarsi in un’avventura potenzialmente dannosa per i propri azionisti, solo per rispondere alle pressioni del governo, che è alla ricerca disperata di un acquirente. (Crisi MPS: bail-in mascherato è rischio contagio)

Il fatto che quest’ultimo non si trovi la dice lunga sulla credibilità riscossa in Italia e all’estero dalla gestione del dossier banche da parte di Padoan, che sembra aver commesso un errore dietro l’altro sul caso, nell’ultimo anno. E le cose non si stanno mettendo bene nemmeno per MPS, che pure sembrava aver raggiunto un accordo con JP Morgan per un salvataggio a mo’ di mercato.

 

 

 

Il ruolo di Carrai e JP Morgan

L’operazione è molto complessa, tanto da potersi considerare più frutto dell’ingegneria finanziaria, che non l’esecuzione di un piano industriale di rilancio della banca senese. Ieri, l’imprenditore toscano Marco Carrai, amico stretto del premier Matteo Renzi, ha minacciato querela contro l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, reo di avere scritto sul suo ex quotidiano un articolo, in cui evidenzia le vicende “torbide” attorno a MPS, come la presunta telefonata che Carrai avrebbe fatto all’ex ad Fabrizio Viola, annunciandogli la sua “cacciata”, prima ancora che l’interessato fosse avvertito da Padoan, in qualità di azionista di controllo.

De Bortoli ha ritrattato la notizia, ammettendo l’errore, ovvero che Carrai avrebbe chiamato Viola solo dopo che questi era stato avvertito dal Tesoro del suo “licenziamento”. La vicenda resta, però, oscura, tanto che persino un esponente della minoranza PD, Massimo Mucchetti, ha chiesto lumi sul ruolo di JP Morgan, paventando lo scenario di una sorta di esclusiva affidata da MPS, dal Tesoro o dallo stesso Renzi alla banca d’affari americana, scartando ogni operazione alternativa.

Salvataggio MPS è operazione (troppo) complessa

Che l’istituto guidato da Jamie Dimon abbia assunto un ruolo abnorme nel salvataggio di MPS lo conferma la volontà del nuovo ad di quest’ultima, Marco Morelli, di rinegoziare i termini del pre-accordo sulle commissioni intascate dalla prima per guidare la ricapitalizzazione da 5 miliardi.

JP Morgan, pietra miliare del piano su cui punta ormai senza esitazioni la coppia Renzi-Padoan, starebbe rivedendo, però, la propria posizione verso il prestito-ponte da 5 miliardi, che sarebbe concesso al veicolo creato ad hoc per rilevare i crediti deteriorati per 27,7 miliardi lordi a un prezzo atteso di 9,2 miliardi.

 

 

 

Nessuno ha fiducia nell’altro, rischio bail-in

Gli americani hanno chiesto il 4% annuo di interessi, che farebbero un centinaio di milioni, considerando che il prestito si attende che duri appena sei mesi (quanto ottimismo!), il tempo che il veicolo ceda a terzi i crediti a rischio accollatisi. Adesso, però, aumentando i rischi politici e finanziari (esito del referendum in forse e tensioni finanziarie sul comparto bancario europeo), JP Morgan chiede o un aumento degli interessi o un abbassamento del prestito.

Le banche erogatrici hanno come garanzia proprio i crediti deteriorati oggetto della cessione, potendoli rilevare fino a un prezzo minimo del 18% del loro valore nominale, ovvero a 5 miliardi, contro i 9,2 che il veicolo si accollerebbe. La differenza di oltre 4 miliardi sarebbe una perdita inferta ai soci dei veicolo stesso, ossia al Fondo Atlante e chi ci starà.

Infine, ci sarebbe un appetito sempre più basso per l’acquisto delle nuove azioni MPS in fase di aumento, specie per le nubi addensatesi sulla nostra economia, tra bassa crescita, crisi politica in vista e delle banche. Da ciò la sfiducia del mercato verso un’operazione totalmente privata, che veda il Tesoro coinvolto solo nel ruolo di garante della porzione senior dei crediti ceduti. Se le tensioni finanziarie non si stemperano e se il referendum provocasse la caduta del governo Renzi, l’aumento di capitale MPS non sarebbe rinviato all’inizio del 2017, ma direttamente cestinato. A quel punto, sentiremmo parlare di salvataggio pubblico necessario (leggasi la dichiarazione odierna dell’ex premier Romano Prodi, per cui le banche vanno sostenute, “punto e basta”) e di bail-in parziale. (Leggi anche: Crisi MPS, aumento a rischio e bail-in si avvicina)

 

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