Crisi MPS: dimissioni Viola in piena burrasca, cosa c’è dietro?

Le ipotesi sulle dimissioni dell'ad Viola da MPS sono diverse, ma qualcuna è agghiacciante.

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Le ipotesi sulle dimissioni dell'ad Viola da MPS sono diverse, ma qualcuna è agghiacciante.

Fabrizio Viola si è dimesso dalla carica di amministratore delegato di MPS, che ricopriva da oltre 4 anni, avendo navigato la banca senese nel pieno della tempesta finanziaria di questi anni, dopo la gestione alquanto chiacchierata di Giuseppe Mussari. L’addio è stato annunciato ieri sera, ma non è stato il classico fulmine a ciel sereno, perché era nell’aria da settimane. Tuttavia, ha destato scalpore la tempistica di questo passo indietro, visto che ci si aspettava un cambio ai vertici di Siena dopo il varo ufficiale del maxi-aumento di capitale da 5 miliardi.

La vicenda lascia perplessi, considerando che proprio il buon esito della ricapitalizzazione sarebbe seriamente a rischio, ammontando a circa 7 volte l’attuale valore in borsa dell’istituto, sul quale vige lo scetticismo generale del mercato.

Dimissioni Viola in piena crisi MPS

In queste ore, si vocifera che a prendere il posto di Viola potrebbe essere Marco Morelli, responsabile di Merrill Lynch per l’Italia e già manager di MPS fino al 2010. Altre voci, ma che riscuotono scarso credito, vorrebbero che in corsa ci sia pure l’ex ministro Corrado Passera, che alla fine di luglio ha presentato un piano per dar vita a un salvataggio di mercato della banca, avvalendosi del sostegno della svizzera Ubs.

Per quanto quest’ultima ipotesi tenderebbe ad essere scartata (il cda di MPS bocciò il piano Passera, considerandolo fuori tempo massimo), un indizio potrebbe tornarci utile: l’ex ministro e banchiere ha sciolto ufficialmente qualche giorno fa il suo movimento politico Italia Unica, quasi a voler segnalare la fine della sua esperienza nell’arena elettorale e il ritorno al mestiere di banchiere.

 

 

 

I possibili retroscena

I retroscena sulle dimissioni di Viola potrebbero sprecarsi. C’è chi sostiene che il gesto sia dovuto all’esigenza del manager di accrescere la fiducia tra gli investitori sulla discontinuità nella gestione dell’istituto. Per quanto il suo operato possa anche essere valutato positivamente, il mercato vedrebbe il nome dell’ad uscente come espressione della vecchia dirigenza e del flop degli aumenti di questi anni, l’ultimo dei quali risale ad appena 14 mesi fa e valeva 5 miliardi, evaporati in pochi mesi.

Ma c’è da restare tranquilli su una banca, il cui capo va via nel bel mezzo della più importante operazione per la sopravvivenza nella sua plurisecolare storia? Con quale spirito gli obbligazionisti subordinati di MPS dovrebbero leggere la vicenda?

Obbligazionisti MPS dovrebbero preoccuparsi

Dicevamo che impera lo scetticismo sui mercati con riguardo alla capacità di Siena di portare a buon fine la ricapitalizzazione. Trovare 5 miliardi cash sarà un’impresa titanica, tanto che s’ipotizza un piano per la conversione “volontaria” delle obbligazioni subordinate oggi in mano agli investitori istituzionali per 2,7 miliardi. L’obiettivo sarebbe di abbassare a non oltre 3 miliardi il monte-capitali da reperire in contanti tra gli investitori privati.

Sappiamo anche, che il successo dell’operazione dipende anche dall’evoluzione del quadro politico. Diversi analisti italiani e stranieri spiegano come il mercato si trovi in una posizione attendista, puntando prima a verificare l’esito del referendum costituzionale d’autunno, prima di immettere risorse nella banca senese.

 

 

 

Viola teme flop aumento MPS o bail-in?

Nel caso di vittoria del “no” – il ragionamento seguito – sarebbero in molti a ritirarsi, rinviando il loro eventuale ingresso nel capitale MPS ai mesi successivi, quando si sarà avvertita una schiarita del quadro politico. Il problema sta nei tempi: se prima fosse necessario attendere l’esito del referendum, che sarà celebrato molto probabilmente a fine novembre, non ci sarebbe più spazio per varare l’aumento entro quest’anno e l’operazione slitterebbe agli inizi del 2017.

Tuttavia, Siena non avrebbe tutto questo tempo per ricapitalizzarsi, con la conseguenza che si corre il rischio che sia il Tesoro a dover intervenire con soldi pubblici per evitare un crac della banca. Attenzione, però, perché la partecipazione dello stato italiano all’aumento, anche solo parziale, farebbe scattare il bail-in, la nuova disciplina sui salvataggi bancari. Pertanto, le azioni sarebbero azzerate e le obbligazioni subordinate pure, essendo convertite in capitale.

Insomma, c’è il dubbio che Viola si sia dimesso per non passare alla storia come il responsabile di un flop o, addirittura, del primo bail-in europeo. Se le cose stessero realmente così, ci sarebbe da preoccuparsi, eccome.

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