‘Crisi mondiale in arrivo dal Giappone con l’esplosione del debito pubblico’

Dal Giappone una nuova crisi del debito sovrano, scatenata da una spirale negativa tra rendimenti e inflazione. Cosa ne sarà dell'Eurozona?

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Dal Giappone una nuova crisi del debito sovrano, scatenata da una spirale negativa tra rendimenti e inflazione. Cosa ne sarà dell'Eurozona?

Dal Workshop Ambrosetti a Cernobbio, sul Lago di Como, il Prof Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e attualmente a capo del Peterson Institute of Washington, esprime profonda preoccupazione per quella che intravede come una prossima crisi dell’economia mondiale, che potrebbe arrivare dal Giappone. A scatenarla, spiega, sarà l’esplosione del debito pubblico, che già quest’anno è atteso al 250% del pil del paese del Sol Levante, una percentuale che non ha eguali in alcun altra economia del pianeta.

Secondo Blanchard, che fa al riguardo un’analisi lucida e anche abbastanza lunga, la Bank of Japan, azzerando i tassi con stimoli monetari senza precedenti, ha riscontrato ad oggi un’inaspettata volontà dei pensionati giapponesi di continuare a detenere titoli di stato anche a rendimento zero. Tuttavia, questi non rappresentano l’investitore marginale, spiega, mentre i fondi pensione e gli stranieri sarebbero già in fuga dal paese.

Verso spirale inflazionistica scatenata dal debito

Quando il governo di Tokyo, continua, si renderà conto di non essere più in grado di rifinanziarsi del tutto sui mercati, perché i rendimenti sono troppo bassi, dovrà iniziare ad alzarli, ma a causa di un indebitamento così elevato, s’innescherà una spirale, che potrebbe portare i responsabili delle Finanze nipponiche a chiedere aiuto alla BoJ. A quel punto, la banca centrale del paese dovrà monetizzare il debito pubblico, ma rischiando di tramutare la ventennale deflazione ancora in corso in un pericolo inflazionistico. Gli investitori – sempre Blanchard – capiranno che il Giappone non è più in grado di rifinanziarsi con le proprie forze e inizieranno a chiedere un rendimento extra anche per gli altri paesi molto indebitati, con la conseguenza che la crisi potrebbe dilagare anche altrove, come nell’Eurozona, dove l’economista intravede anche il rischio che al potere arrivino partiti populisti, i quali sfidando le regole di Bruxelles, tenteranno di aumentare la spesa pubblica dei rispettivi governi. Secondo Blanchard, questa prospettiva raggelante potrebbe concretizzarsi in Giappone tra un lasso di tempo di 5-10 anni.

L’economia asiatica, peraltro, rappresenta un caso interessante, perché anticiperebbe alcune dinamiche già in atto presso altre economie, come il progressivo indebitamento pubblico e l’invecchiamento della popolazione.      

Rendimenti bond sovrani restano glaciali

Al fine di stabilizzare il rapporto tra debito e pil, Tokyo dovrebbe innalzare al 5% la crescita nominale della sua economia, ma chiaramente ciò potrà avvenire innalzando l’inflazione, considerando la bassa crescita reale del paese. La BoJ detiene oggi il 34,5% del debito emesso dal governo, ma entro la fine dell’anno prossimo potrebbe arrivarne a possederne la metà. Che quello del Giappone sia un caso-limite lo dimostra il fatto che i rendimenti sovrani siano qui negativi fino alla scadenza dei 10 anni, mentre non arrivano nemmeno allo 0,5% per quella a 40 anni, nonostante il debito fuori controllo e pur volendo considerare la crescita nulla o quasi dei prezzi.

Tassi negativi, aumentano le critiche

In giro per il pianeta esistono al momento 7.000 miliardi di dollari di bond pubblici con rendimenti sotto lo zero, una dinamica apparentemente in contrasto con il trend di aumento dell’indebitamento pubblico presso le principali economie, ma che si spiega con l’accomodamento monetario senza precedenti adottato dalle banche centrali più importanti. Ieri, vi avevamo dato conto delle critiche di due boss della finanza mondiale, Larry Fink e Bill Gross, ai tassi negativi, che ridurrebbero i consumi e distruggerebbero le basi, su cui poggia il capitalismo. Le preoccupazioni espresse anche da Blanchard appaiono la spia di un mutamento di umore tra gli analisti, tenendo presente che parliamo di un economista di stampo neo-keynesiano, quindi, non accusabile di simpatie per le politiche di austerità da un lato e monetarie restrittive dall’altro.      

Rischio nuova crisi Eurozona è reale?

Il rischio populismo e di sottovalutazione delle dinamiche sottostanti al mercato dei bond governativi potrebbe cogliersi in parte nell’aumento generalizzato degli spread nell’Eurozona in questi ultimi mesi. Sulla scadenza decennale, i bond del Portogallo rendono il 3,27%, +71 punti base dall’inizio dell’anno e oltre 300 bp in più degli omologhi Bund; lo spread BTp-Bund è salito quest’anno di 25 bp a 121 bp, mentre quello tra Bonos e Bund si è portato a 138 bp dai 117 di fine 2015.

Non siamo ai livelli di guardia, anche perché i livelli assoluti dei rendimenti sovrani nell’Eurozona sono nei pressi dei minimi storici. Tuttavia, la tendenza convergente sembra essersi arrestata, nonostante il varo di stimoli sempre più potenti da parte della BCE, che sono essenzialmente alla base dello spegnimento dell'”incendio” degli spread degli anni passati. E quello che si chiede lo stesso Blanchard è come reagiranno i mercati ai primi cenni di crisi scatenati forse dall’altra parte del pianeta?

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