L’Europa dell’Est con una mano prende e con l’altra alza il dito medio all’Italia

La crisi dei migranti ricade solo su paesi come Italia e Grecia, dove avvengono gli sbarchi. L'Est Europa dimentica che finanziamo il suo sviluppo a colpi di miliardi all'anno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dei migranti ricade solo su paesi come Italia e Grecia, dove avvengono gli sbarchi. L'Est Europa dimentica che finanziamo il suo sviluppo a colpi di miliardi all'anno.

Il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, ha annunciato l’altro ieri sanzioni contro Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per l’avere infranto l’obbligo di accoglienza dei migranti sbarcati in Italia e Grecia, fissati due anni fa con l’assegnazione a ciascuno stato membro della UE di quote. Polonia e Ungheria non hanno accolto nemmeno un profugo (ne avrebbero dovuti accogliere rispettivamente 6.182 e 1.294), mentre Praga ne ha fatti entrare 12 su una quota spettante di 2.691. In tutto, la redistribuzione dovrebbe riguardare 98.000 persone, sfoltendo così i centri di accoglienza di Italia e Grecia.

Dura la reazione del ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijarto, che ha parlato di “ricatto e comportamento anti-europeo”, definendo la politica delle minacce “illegittima”. Più pacata la reazione di Varsavia, che con il suo ministro degli Esteri, Rafal Bochenek, ha spiegato di non condividere la decisione di Bruxelles, pur rispettandola. Pirotecniche le dichiarazioni del premier ceco Bohuslav Sobotka, che ha ribadito la contrarietà alla politica dell’accoglienza per ragioni di sicurezza, annunciando battaglia legale contro la Commissione europea. (Leggi anche: Migranti, Salvini: “il più grande supermercato di carne umana”)

Niente accoglienza profughi nell’Est Europa

L’assenza di solidarietà da parte delle principali economie dell’Europa dell’Est è un dato di fatto. L’Ungheria di Viktor Orban ha reagito all’ondata di profughi nel 2015, alzando un muro al confine con la Serbia, al fine di evitare che i migranti accedessero sul suo territorio nazionale attraverso il varco dei Balcani. Aldilà dell’aspetto più propriamente morale, si potrebbe eccepire che ciascuno stato sia sovrano in casa propria e non sarebbe tenuto ad accollarsi quote di profughi sbarcati in altri paesi.

Come ha spiegato, però, Avramopoulos, la UE si fonda su principi di solidarietà, che “in nessun caso sono derogabili”. Attenzione, perché non stiamo parlando di valori astratti, vuoti, ma di qualcosa di molto più concreto. Il bilancio comunitario ogni anno redistribuisce miliardi di euro dai membri più ricchi a quelli più poveri. La finalità di tale azione è di sostenere lo sviluppo delle economie più deboli, ancora oggi collocate nell’Est dell’Europa.

Est Europa finanziata dai contributi dell’Ovest

L’Italia, solo per limitarci al periodo 2004-2014, ovvero dall’ingresso di quasi tutti gli attuali membri orientali della UE, ha sborsato 61,3 miliardi in più di quanti ne ha incassati, confermandosi così tra i principali contribuenti netti europei. L’Europa dell’Est ha attinto nel periodo 2006-2014 a qualcosa come 175 miliardi di euro di fondi UE in più degli stanziamenti propri. La Polonia, in particolare, è stata la beneficiaria netta principale con un attivo di 76,3 miliardi, seguita dall’Ungheria con 27,3 miliardi. Nel solo 2014, Varsavia ha ricevuto 13,7 miliardi in più di quanti ne abbia dati alla UE, una somma corrispondente al 3,5% del suo pil di allora.

E’ come se l’Italia avesse preso in un anno dalla UE 55 miliardi netti. Figuriamoci quante opere pubbliche avremmo potuto finanziare con questa cifra. Per contro, la Germania ha sborsato 15,5 miliardi netti e i primi cinque contribuenti netti (Germania, Francia, Regno Unito, Olanda e Italia) hanno messo mano al portafogli per una cifra che ha sfiorato i 40 miliardi. (Leggi anche: Renzi ha ragione: l’Italia è il bancomat dell’Est Europa)

Solidarietà a senso unico dell’Est Europa

Ora, potrebbe anche essere considerato condivisibile l’obiettivo di sostenere le economie più deboli dell’Europa, anche perché lo sviluppo dell’Est sta procedendo a ritmi soddisfacenti, tanto che i livelli di ricchezza di paesi come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca tendano ad avvicinarsi agli standard occidentali. Il restringimento del divario di reddito reale tra polacchi e italiani, ad esempio, sarebbe tra le tendenze più marcate visibili negli ultimi due decenni. (Leggi anche: La caduta dell’Italia: presto saremo come la Polonia)

E’ giusto, però, che a fronte di tutto ciò, l’Europa dell’Est sappia solamente prendere e nel momento in cui è chiamata a mostrarsi stavolta solidale con i suoi benefattori si giri da un’altra parte e si rifugi nella sovranità nazionale? Che ne sarebbe di queste economie, se all’improvviso paesi come Germania, Francia e Italia smettessero di finanziarne lo sviluppo, erogando alla UE contributi in linea agli stanziamenti ricevuti?

Il nazionalismo di Varsavia e Budapest appare al dir poco incompatibile con le mani tese dei suoi governi all’atto del ricevimento dei fondi europei. Non si può recitare il ruolo degli autarchici, quando c’è da contribuire a risolvere un problema comune di un certo peso, mentre ci si affida alla solidarietà altrui per il momento in cui c’è da ottenere risorse dai membri più ricchi d’Europa. Delle due l’una: o la “dignità” nazionale vale sempre, ma allora bisognerebbe smettere di farsi finanziare la crescita dai partner europei, oppure si accettano non solo le opportunità, bensì pure gli obblighi derivanti dall’appartenenza a un club ambito, almeno da quelle economie uscite da un passato di stenti e di privazione di libertà e democrazia sotto i regimi dittatoriali comunisti.

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Argomenti: Economia Europa, Economie Europa, Emergenza profughi