Un’altra Venezuela in Africa, tra carenza di dollari e ‘spirale mortale’ dell’economia

Crisi di liquidità, produzione impossibile e caccia ai dollari: lo Zimbabwe di Robert Mugabe teme l'incubo dell'iperinflazione del 2009.

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Crisi di liquidità, produzione impossibile e caccia ai dollari: lo Zimbabwe di Robert Mugabe teme l'incubo dell'iperinflazione del 2009.

Se le notizie in arrivo dal Venezuela di Nicolas Maduro appaiono di giorno in giorno sempre più drammatiche, un’altra economia, che ha subito solo nel 2009 una spaventosa iperinflazione, è tornata a vivere quella che il professore Steve Hanke della John Hopkins University a Baltimora ha definito una “spirale mortale”: lo Zimbabwe dell’ultra-novantenne Robert Mugabe. Che cosa succede in questo paese del Sud-Est dell’Africa da più di 14 milioni di abitanti? C’è carenza di liquidità e i detentori di conti correnti non sono più nemmeno in grado di prelevare denaro contante dagli ATM, dopo che sono costretti anche a ore di fila per tentare di ritirare qualcosa. Scene del tutto simili, come dicevamo, al Venezuela. (Leggi anche: Zimbabwe, qui il razzismo è contro i bianchi)

La banca centrale ha ordinato un tetto massimo di 150 dollari a settimana per ciascun cliente bancario; oltre tale importo non è possibile prelevare. In realtà, le cifre realmente disponibili sono persino molto inferiori. Se l’istituto stima che nel paese circolino 4 miliardi di dollari di liquidità, secondo la Confederazione dell’Industria locale, potrebbero esservi banconote per un valore complessivo di appena 100 milioni, qualcosa come 7 dollari per abitante.

Lo Zimbabwe non ha una sua moneta nazionale

Naturale, che nessuna impresa stia più riuscendo a importare beni e servizi dall’estero e, quindi, non si riesca più a produrre alcunché, peraltro in un’economia che vive di rimesse degli emigranti e dove già la disoccupazione è un fenomeno praticamente di massa. La situazione è così grave, che i negozi, pur di essere pagati in contanti dai clienti, applicano sostanziosi sconti sul cash, mentre molti ormai rifiutano di essere saldati con carte di credito o bancomat, temendo di non vedere mai il becco di un quattrino.

E come si è arrivati a tanto? Dovete sapere che, in tempi di richiesta di sovranità monetaria, lo Zimbabwe è, invece, un paese, che non ha più dal 2009 una sua moneta. Dopo la devastante iperinflazione, conseguenza di politiche economiche demenziali del presidente Mugabe, che ha impostato la sua azione politica nella lotta alla minoranza bianca, Harare ha adottato per i pagamenti sia interni che con l’estero diverse valute straniere, tra cui fondamentalmente il dollaro USA. (Leggi anche: Sovranità monetaria? In questo paese è panico alla sola ipotesi)

Economia in recessione

Senonché, il balzo del biglietto verde negli ultimi 3 anni ha creato problemi di competitività alle imprese nazionali, che si trovano ad esportare con una valuta molto più forte dei fondamentali della loro economia. Da qui, l’afflusso di pochi dollari e la creazione di un circolo vizioso, che di fatto sta provocando quella spirale mortale di cui parla il prof Hanke. Se già nel 2016 l’economia è andata di poco in recessione (-0,3%), quest’anno il pil è atteso in calo di un altro 2,5%. (Leggi anche: Zimbabwe ringrazia gli emigranti per la sua sopravvivenza)

Nel tentativo di arrestare questa tendenza e di accrescere la disponibilità di liquidi, la Reserve Bank of Zimbabwe ha emesso a novembre cosiddetti “bond note” da 1 e 2 dollari, sulla base di una linea di credito fino a 200 milioni di dollari, ottenuta dall’Africa Import-Export Bank. Il valore nominale di questi bond è stato parificato a quello dei dollari USA, ma la conseguenza di questa azione è stata letteralmente disastrosa. Giovedì scorso, sono stati emessi bond note da 5 dollari, portando a 88 milioni di dollari il valore delle emissioni da novembre.

Torna lo spauracchio dell’iperinflazione

Anziché accrescere la liquidità interna, paradossalmente l’ha prosciugata ulteriormente, perché i cittadini sono immediatamente andati a caccia di dollari USA, temendo che il governo ricreasse le condizioni dell’iperinflazione di otto anni fa, emettendo una moneta locale mascherata. Il valore di tali bond, peraltro, è sul mercato fino al 30% più basso di quello ufficiale, perché chi li accetta in pagamento sa che questi titoli non valgono affatto quanto la moneta emessa dalla Federal Reserve negli USA.

Fatto sta, che i dollari sono diventati così pochi, che sono tornati in azione i traders del mercato nero, gente che tenta di sbarcare il lunario vendendo valuta pesante, come all’epoca dell’iperinflazione. Una fase tormentata, che gli abitanti dello Zimbabwe avrebbero voluto mettersi alle spalle una volta per tutte, ma che si sta ripresentando come un incubo e rimarrà fino a quando al potere vi sarà un governo ostile a ogni forma di business e che non ispira fiducia nemmeno per l’emissione di una moneta nazionale. (Leggi anche: Sovranità monetaria? Corsa agli sportelli e paura dell’iperinflazione)

 

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