Crisi Italia: e se il referendum ci servisse per scuotere l’Europa?

La crisi della nostra economia è così grave, che all'Europa serve inviare un segnale forte. Siamo proprio sicuri che il "sì" garantirà prospettive migliori?

di , pubblicato il
La crisi della nostra economia è così grave, che all'Europa serve inviare un segnale forte. Siamo proprio sicuri che il

I dati di ieri di Confindustria sul futuro dell’economia in Italia, ma anche sul suo passato, dimostrano che siamo l’unico grande paese avanzato del pianeta a non essere ancora usciti dalla crisi. Di più, dall’inizio del Millennio ad oggi non siamo cresciuti affatto, anzi siamo arretrati di un mezzo punto percentuale, allungando le distanze con Francia e Germania del 20%, mentre la Spagna nel frattempo si è espansa di quasi un quarto. Sempre stando agli industriali italiani, ci serviranno altri 12 anni per tornare ai livelli massimi di ricchezza toccati nel 2007. Per essere chiari, l’Italia rischia di perdere quasi 30 anni, quando già ne sono andati in fumo 15. (Leggi anche: Crescita ferma da 15 anni)

Una delle ragioni, per cui il fronte del “sì” al referendum costituzionale invita gli italiani ad approvare le riforme istituzionali del governo Renzi è proprio l’economia. Agenzie di rating, banche internazionali, politici, diplomatici ci spiegano come un’eventuale vittoria del “no” tra novembre e dicembre verrebbe avvertita dagli investitori come un segnale molto negativo sull’evoluzione politica del nostro paese, con la conseguenza che sarebbe messa in dubbio la capacità dell’economia italiana di restare nell’Eurozona e di continuare la sua incipiente e ancora debole ripresa.

Serve un segnale all’Europa

Esistono buone ragioni per credere a tali previsioni, ma il caso Brexit dimostra che il clima di terrore suscitato dai profeti di sventura spesso lascia il passo a una realtà molto meno drammatico. Insomma, i mercati sarebbero del tutto in grado di assorbire gli shock nel corso delle settimane e semmai è la cattiva gestione di una crisi a provocare fughe di capitali.

Alla luce dello stato di salute della nostra economia, però, ci chiediamo e aldilà del merito del referendum, se non sia il caso che gli italiani segnalino alla UE, oltre che alla sua stessa classe politica, l’esigenza di una svolta immediata rispetto alla china moribonda ormai perdurante da troppi anni.

 

 

 

Se vince il “sì”

Immaginiamo che al referendum vincano i “sì”. Cosa accadrebbe? Il governo Renzi uscirebbe l’unico vero vincitore, il premier sarebbe quasi inattaccabile, l’Europa gli concederebbe un po’ di più flessibilità fiscale (leggi anche: Renzi chiede flessibilità all’Europa) e l’Italia andrebbe avanti da qui alle prossime elezioni – siano esse a scadenza naturale nel 2018 o nella primavera prossima – con conti pubblici in continuo peggioramento e con misure-placebo per la ripresa, come un impercettibile taglio delle tasse sulle imprese, l’aumento delle pensioni minime e anticipo della pensione per alcuni over-60.

Dopo le elezioni, chiunque vinca, i nodi tornerebbero al pettine: la crescita italiana sarebbe quasi certamente compresa ancora tra lo zero e l’1% (sempre che la congiuntura globale non si deteriori), il nostro debito pubblico salirebbe di record in record verso quota 140%, la disoccupazione resterebbe quasi certamente a due cifre per ancora diversi anni e dalla Commissione arriverebbero avvertimenti sui conti pubblici e sulla necessità di nuove riforme.

Se vince il “no”

Rispetto ad oggi, quindi, possiamo star certi, purtroppo, che non percepiremmo alcun significativo miglioramento. Attenzione, non stiamo dicendo che sia colpa dell’attuale governo, il quale da solo non può fare miracoli. Semplicemente, questo sarebbe lo scenario più probabile.

E se vincessero i “no” non sarebbe anche peggio? Chi investirebbe in un’economia senza un governo credibile e ancorato all’Europa? Chi porterebbe i suoi capitali nelle fameliche banche italiane? Chi assumerebbe nuovi lavoratori in un clima d’incertezza? Tutto vero, ma finalmente l’Italia metterebbe l’Europa, finanche il mondo intero, dinnanzi alla consapevolezza che una delle più grandi economie del pianeta stia lentamente morendo da un paio di decenni, senza che s’intraveda la risalita dal fondo.

(Leggi anche: Crisi banche e referendum)

 

 

 

Crisi euro? E allora si agisca

L’Italia rischia di essere un pericolo per la sopravvivenza dell’euro? Bene, chi avesse davvero a cuore le sorti della moneta unica apra gli occhi e prenda di petto la situazione, senza confidare in governi compiacenti e nell’espediente dei contentini elettorali per tenere in vita un sistema, che dovrebbe, invece, cessare di esistere.

Agli italiani servono lavoro, per recuperare quanto meno quei 3,5 milioni di posti perduti con la crisi dal 2008. L’occupazione non la creano i Jobs Act, ma la crescita della produzione. E per produrre, le imprese hanno bisogno di tasse basse, di una burocrazia molto leggera e di essere difese dalla concorrenza sleale sui mercati internazionali. Nessuno può sostenere senza suscitare ilarità, ad esempio, che la Cina esporti a condizioni di mercato, essendo le sue imprese gestite o sostenute con generosi sussidi dallo stato.

Se vince il “no”, la terza economia dell’Eurozona, composta da 60 milioni di persone, nonché la seconda manifattura europea e fondatrice della UE attuale griderà al mondo di essere stanca di assistere alla sua lenta morte e di non essere disponibile a salvaguardare lo status quo. Paradossale che proprio per scalfire quest’ultimo il governo inviti gli italiani a votare “sì”.

 

Argomenti: , , , , , , ,