Crisi Italia, flessibilità fiscale è la richiesta di un paese senza futuro

Il governo Renzi si gioca l'ennesima carta sulla flessibilità dei conti pubblici per fare un po' di campagna elettorale prima del referendum. Così, l'Italia non ha davanti a sé un vero futuro.

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Il governo Renzi si gioca l'ennesima carta sulla flessibilità dei conti pubblici per fare un po' di campagna elettorale prima del referendum. Così, l'Italia non ha davanti a sé un vero futuro.

Il terribile terremoto del 24 agosto scorso, che ha colpito il Centro Italia e ha provocato ad oggi 290 morti accertati, ha messo indubbiamente in secondo piano il tema della frenata della crescita economica del nostro paese, che nel corso del secondo trimestre non è cresciuto affatto. Secondo Bloomberg, centrare l’obiettivo del governo del +1,2% per il pil italiano quest’anno sarà una “missione impossibile”.

Già, perché la crescita acquisita nella prima metà del 2016 è ancora la metà e servirebbe una decisa accelerazione della crescita per ambire a un aumento del pil superiore all’1%. Eppure, incontrando a Ventotene la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, il premier Matteo Renzi ha continuato a mostrarsi ottimista sul raggiungimento di un tasso di crescita tra l’1% e l’1,2%.

Sarà, ma dopo il dato preliminare dell’Istat sulla crescita nel secondo trimestre, a Palazzo Chigi è scattato seriamente l’allarme e il governo italiano si è precipitato a chiedere a Bruxelles nuova flessibilità fiscale a sostegno della crescita. In buona sostanza, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha avuto mandato da Renzi di ottenere dalla UE un nuovo margine di manovra sui conti pubblici, in modo da utilizzare le minori risorse risparmiate per sostenere la nostra economia.

Pil Italia, è frenata peggiore delle attese

Per l’anno prossimo, il rapporto tra deficit e pil per l’Italia dovrà tendere all’1,8%, stando agli accordi siglati tra Roma e Bruxelles, ma s’ipotizza di arrivare fino al +2,2-2,3%. Si tratta di 7-8 miliardi di minori risparmi, che il governo Renzi intenderebbe utilizzare per rendere più leggera la tassazione sulle imprese, più flessibile l’uscita dal lavoro degli over 60 e per tagliare un po’ di Irpef.

E’ evidente che i numeri in gioco risultino insufficienti a creare quel minimo di massa critica per arrivare a un qualche risultato apprezzabile, né è detto che con i conti pubblici sempre più sballati saranno evitabili tagli alla spesa pubblica e/o aumento di qualche imposta.

 

 

 

Referendum costituzionale più fatidico della Brexit?

Si consideri che per quest’anno, stando a Bruxelles, il nostro deficit dovrebbe tendere al 2,5% del pil, ma con una crescita economica più che dimezzata rispetto alle previsioni iniziali e un’inflazione azzerata, si teme che possa schizzare a ridosso della soglia del 3%.

Se così fosse, con tutta la flessibilità di questo mondo concessaci, il governo Renzi dovrebbe ugualmente reperire 7-8 miliardi per centrare il nuovo target. Allo scopo, potrebbe aumentare le quote delle società partecipate dal Tesoro da vendere sul mercato. Insomma, si farebbe cassa con le privatizzazioni, che implicano, però, incassi una tantum e non aggiustamenti strutturali di spesa.

L’obiettivo reale del governo è di superare lo scoglio del referendum costituzionale di ottobre o novembre, avvalendosi di una manovra finanziaria di stampo elettoralistico e che andrebbe bene temporaneamente anche all’Europa, consapevole che una crisi politica in Italia farebbe scattare un’ondata di ulteriore sfiducia sulla sopravvivenza sia dell’euro che dell’intera UE. All’estero, forse con un pizzico di enfasi, l’appuntamento referendario italiano viene giudicato persino più fatidico di quello sulla Brexit di giugno.

Flessibilità per scopi elettorali è questione spinosa in UE

Ma “strappare” l’ennesima dose di flessibilità alla UE per allungare la vita al governo sarebbe un precedente pericoloso per i commissari, visto che nei prossimi mesi andranno al voto paesi altrettanto importanti, come la Francia. Roma rischia non solo di esasperare i sentimenti di avversione al Sud Europa tra gli elettori del Centro-Nord, specie in Germania, ma di aprire la strada a rivendicazioni simili anche di altri governi in affanno e alla ricerca di consensi immediati.

C’è di più. La flessibilità continuamente perseguita dal nostro governo non ha davvero alcunché da fare con il sostegno alla crescita. Se più debito equivalesse a un pil più elevato, l’Italia sarebbe regina d’Europa per la crescita, possedendo il secondo indebitamento pubblico più pesante dopo la Grecia. E per quanto il nostro deficit sia inferiore alla soglia massima del 3%, consentita dal Patto di stabilità, è ad oggi più che sufficiente ad innalzare il rapporto tra debito e pil, data la crescita quasi nulla e l’inflazione zero di questi anni.

 

 

 

Rischio recessione Italia e governo con la testa alle elezioni

All’Italia servono scelte coraggiose e anche impopolari, ma non può permettersele. Il governo Renzi non ha più una seria agenda di riforme, ma stretto tra la crisi bancaria, il rischio di una terza recessione in meno di un decennio e il crollo dei consensi tra gli italiani punta alla sopravvivenza politica con misure palesemente “acchiappa-voti”.

Certo, qualcuno potrebbe sostenere che una volta superato lo scoglio del referendum, il premier avrebbe la forza necessaria per re-imporre alla sua maggioranza un calendario riformatore, necessario per uscire da una stagnazione ormai ventennale. Ci si dimentica, però, che dopo il referendum, quali che siano le intenzioni di Palazzo Chigi, nella primavera del 2017 si terranno le elezioni anticipate, sia che Renzi vinca, sia che perda. E quand’anche giungesse un esecutivo delle large intese, inglobando parte del centro-destra, questi avrebbe un profilo tutt’altro che riformatore in economia, dovendo ciascuna delle parti in commedia salvaguardare gli imminenti interessi elettorali. Male che vada, infatti, si voterebbe comunque nel 2018.

Da qui alla prossima primavera, quindi, scordatevi di serie riforme e di misure realmente di stimolo alla crescita. I prossimi 7-8 mesi andranno persi e Dio non voglia che l’Italia nel frattempo non sia piombata nuovamente nella recessione, perché in suo soccorso non vi sarà alcuna politica razionale del governo.

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