Crisi governo, perché la soluzione Gentiloni non sarà positiva per i mercati

Il governo Gentiloni non sarebbe la soluzione desiderata dai mercati. Vediamo perché resteranno delusi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo Gentiloni non sarebbe la soluzione desiderata dai mercati. Vediamo perché resteranno delusi.

La crisi di governo, apertasi otto giorni fa con la schiacciante vittoria del “no” al referendum costituzionale, starebbe per giungere a termine con il nuovo esecutivo a guida Paolo Gentiloni, ex ministro degli Esteri e fedelissimo di Matteo Renzi. Una soluzione di continuità con gli ultimi due anni e mezzo, che in teoria dovrebbe rassicurare i mercati finanziari sul prosieguo del percorso riformatore dell’Italia, ma che nei fatti porta a conclusioni di segno opposto. Vediamo perché.

Il governo Renzi, nato nel febbraio 2014 e finito qualche giorno fa, si è distinto per una verve riformista, a parole, forse inusuale per la recente storia politica italiana. Tuttavia, come oggi nota Wolfgang Muenchau, in un suo articolo pubblicato sul Financial Times, di certo non ostile all’ex premier, le riforme di Renzi sarebbero state “insignificanti”, fatta eccezione per il Jobs Act. Per il resto, l’ex premier si è concentrato su riforme di tipo politico-istituzionale, che lasciano il tempo che trovano. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro, previsione allarmante del Financial Times)

Paura per l’avanzata di Grillo

Perché i mercati desideravano la vittoria di Renzi al referendum e cosa temono oggi dell’Italia? Gli investitori speravano in una vittoria del “sì”, non già per il contenuto della riforma costituzionale, in sé assai poco interessante, quanto per la percezione che avrebbe rafforzato l’esecutivo e allontanato lo spettro di un arrivo del Movimento 5 Stelle a Palazzo Chigi con le prossime elezioni.

Il timore è che i grillini, considerati euro-scettici, possano fare uscire l’Italia dall’euro, più che per il referendum da loro avanzato sulla nostra appartenenza all’Eurozona, per l’impossibilità a quel punto di portare avanti le riforme necessarie perché la nostra economia resti agganciata all’unione monetaria. (Leggi anche: Crisi euro per referendum? No, la colpa è di questo dato)

 

 

 

Economia italiana in affanno

Nell’immediato, i mercati temono che la crisi bancaria italiana possa diventare generalizzata, contagiosa, colpendo prima gli istituti apparentemente solidi del nostro paese e subito dopo quelli degli altri paesi dell’Eurozona. L’ingrediente fiducia è essenziale per consentire diverse operazioni di salvataggio ad opera dei privati, partendo da MPS. E affinché la fiducia attecchisca, è necessario che a Roma vi sia un governo rassicurante e percepito quale riformatore ed eurofilo.

Connesso è il capitolo della crescita e dei conti pubblici. L’Italia cresce poco, resta ancora molto indietro rispetto all’ultimo anno prima della crisi (2007) e ha un debito pubblico mostruoso al 133% del pil e un risanamento fiscale incompleto. Serve sia crescere che smaltire il peso del debito con un taglio progressivo del deficit. Perché ciò sia possibile, però, è imprescindibile che in carica vi sia un governo con un orizzonte temporale medio-lungo e non in affanno per vincere il prossimo appuntamento elettorale. (Leggi anche: Crisi banche, fiducia è scarsa)

Gentiloni è un premier-ombra?

La soluzione Gentiloni non va in questa direzione. Il premier incaricato è considerato l’ombra del predecessore, senza apparenti ambizioni personali; sostanzialmente fungerebbe da scalda-posto, in attesa che Renzi torni a Palazzo Chigi con nuove elezioni, almeno nelle speranze di quest’ultimo.

Se è vero, ciò implica un governo di natura pre-elettorale, che difficilmente si sporcherebbe le mani con azioni impopolari, come il salvataggio delle banche a carico degli investitori (bail-in) o uno pubblico risolutivo, tagli dolorosi, quanto necessari, alla spesa pubblica, riforme pro-crescita e di lotta allo status quo. (Leggi anche: Governo Gentiloni fino all’autunno prossimo)

 

 

L’Italia rischia di uscire dall’euro davvero

Le elezioni anticipate nel secondo trimestre del 2017, spiegano gli analisti di Barclays, restano l’ipotesi più probabile. Dunque, saremmo in presenza di un nuovo governo dal respiro corto, senza alcuna possibilità reale di incidere sui principali dossier della nostra economia. E allora, perché mai i mercati dovrebbero brindare a Gentiloni premier, quando si tratterebbe di una parentesi tra il renzismo e l’avanzata pentastellata? Ammesso che al più tardi nel 2018 si tornasse a votare e che la nuova legge elettorale impedisse ai grillini di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, che forza avrebbe il governo che ne uscirebbe dalle urne, magari frutto di alchimie partitiche?

La china presa dall’Italia non è rassicurante e non vi sono riforme istituzionali che tengano, se la stragrande maggioranza degli elettori segnala profondo malcontento verso chicchessia al governo. La nostra permanenza nell’Eurozona non è a rischio per qualche colpo di testa di questo o quel leader politico, bensì per l’incompatibilità sempre più lampante tra le esigenze avvertite dalle istituzioni rappresentative italiane e le richieste provenienti dall’Europa, altrettanto necessarie per tenere in vita il progetto della moneta unica. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro? Mercati mai così pessimisti)

 

 

 

 

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Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Governo Renzi, Matteo Renzi