Crisi Eurozona, governance si sgretola: così finisce la moneta unica

L'Eurozona si sta sgretolando sul piano della governance. I nodi stanno arrivando al pettine, non si possono accontentare tutti.

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L'Eurozona si sta sgretolando sul piano della governance. I nodi stanno arrivando al pettine, non si possono accontentare tutti.

E’ passata sottotraccia la decisione del Consiglio europeo di accogliere la raccomandazione della Commissione di fine luglio, in base alla quale Spagna e Portogallo non pagheranno alcuna sanzione per avere infranto le regole contenute nel Patto di stabilità, registrando nel 2015 un deficit fiscale superiore a quanto concordato con Bruxelles.

In teoria, Madrid e Lisbona avrebbero dovuto pagare una cifra pari allo 0,2% del loro pil, ma tale sanzione non è stata ad oggi mai comminata. Stavolta, però, sembrava la volta giusta, visto che non si trattava della prima volta, che i due paesi infrangevano le regole. Il Nord Europa era in subbuglio, tra cui il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, che poche settimane fa ha lamentato un atteggiamento troppo morbido dei commissari verso i grandi paesi dell’Eurozona, un riferimento esplicito a Francia, Italia e Spagna.

Flessibilità deficit necessaria per UE

Ma il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, aveva preannunciato la linea soft contro le due capitali iberiche, sostenendo che non converrebbe a nessuno mostrarsi rigidi in pieno clima di euro-scetticismo. Al contempo, però, al Portogallo è stato chiesto di scendere sotto il 3% di deficit già da quest’anno, mentre alla Spagna è stato indicato un tragitto triennale: 4,6% quest’anno dal 5,1% del 2015, 3,1% l’anno prossimo e 2,2% nel 2018.

Parole al vento, visto che la credibilità ormai di Bruxelles è ridotta al lumicino. A maggio, i commissari avevano graziato anche i bilanci di Francia e Italia, che per quest’anno chiaramente disattendono gli impegni assunti in passato. Parigi, addirittura, registra ancora un deficit superiore al 3% del pil.

 

 

 

Niente Fiscal Compact dall’anno prossimo

Nessuno lo ammette, ma a questo punto il Fiscal Compact non entrerà affatto in vigore dall’anno prossimo, di questo passo non sarà mai applicato. Tra i punti previsti da tale accordo del 2012, i governi dell’Eurozona si devono impegnare a tagliare ogni anno e per 20 anni il rapporto tra debito pubblico e pil del 5% della quota eccedente il 60%.

Per l’Italia, significherebbe scendere nel 2017 dal 133% a meno del 129,5%, se la regola fosse seguita alla lettera, ma con una crescita prossima allo zero, un’inflazione ancora negativa (e chissà per quanto ancora lo resterà) e un deficit atteso per l’anno prossimo intorno al 2% del pil, non sarebbe tecnicamente possibile centrare nemmeno lontanamente l’obiettivo. Anzi, sarà complicato anche solo stabilizzare tale rapporto.

Crisi euro, 2017 anno difficile

Il 2017 sarà anno elettorale per Olanda, Francia e Germania, ma elezioni anticipate potrebbero tenersi anche in Italia. Non sarà, dunque, un periodo adatto per imporre il rispetto delle regole fiscali a chicchessia. La stessa Spagna, ad esempio, non riesce a formare un nuovo governo da ben otto mesi e l’austerità è proprio l’argomento di maggiore divisione tra i principali schieramenti politici e causa essenziale della crisi della sinistra, dilaniata tra lo storico Partito Socialista del Psoe e Podemos, quest’ultima una formazione radicale anti-sistema.

Ma l’ammissione di impotenza dinnanzi all’euro-scetticismo dilagante sul cuore della politica economica dell’Eurozona implica un passo indietro della Commissione rispetto all’interesse dei singoli governi (richiesto, peraltro, dalla stessa Germania dopo la Brexit sui dossier più importanti), nella consapevolezza che in diversi stati potrebbe registrarsi in poco tempo la vittoria di forze anti-austerità alla Syriza, che farebbero venire meno sia gli schieramenti politici tradizionali filo-UE, sia le stesse basi dello stare insieme e del condividere un’unica moneta.

 

 

 

Nord e Sud così non si tengono insieme

Senza la condivisione di regole fiscali comuni, però, l’euro non si regge. Il rischio è che si vada verso un implicito “rompete le righe”, prodromico di un disordine crescente nei conti pubblici nazionali, che finirà per annullare i benefici della politica monetaria ultra-espansiva della BCE e per polarizzare ulteriormente le opinioni pubbliche dell’area tra “virtuosi” del Nord e “cicale” del Sud.

Il mancato rispetto delle regole sul deficit allenta sì la pressione sui governi del Sud Europa, ma il malcontento popolare in questa parte del Vecchio Continente non verrà meno senza una discesa evidente dei tassi di disoccupazione, a sua volta possibile solo con una crescita economica robusta. Al contrario, l’inutilità dei commissari nel monitorare i conti pubblici nazionali potrebbe accrescere la frustrazione in un paese-chiave come la Germania, facendo impennare i consensi della destra euro-scettica, a tutto discapito dei conservatori guidati dalla cancelliera Angela Merkel.

Non si potrà tenere tutto insieme all’infinito: o l’Eurozona assume una posizione più flessibile in politica fiscale, ma scontentando la sua stessa “locomotiva” economica, oppure si decide a fare rispettare le regole, ma al costo di perdere progressivamente svariati pezzi più deboli. Soluzioni intermedie alla lunga non se ne vedono, né è in arrivo un’accelerazione della crescita nell’area, che porterebbe un po’ di sollievo a tutti.

 

 

 

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