Crisi Euro: tutti i freddi calcoli della Germania

Il giocattolo Euro non serve più alla Germania e così Berlino inizia a valutare i benefici e i costi di una sua uscita dall'Euro

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il giocattolo Euro non serve più alla Germania e così Berlino inizia a valutare i benefici e i costi di una sua uscita dall'Euro

La crisi dell’euro dilania mezza Europa. Sebbene gli spread di Italia e Spagna sembrano oggi lievemente restringersi, dopo le indiscrezioni su una possibile concessione della licenza bancaria all’Esm, la tensione resta altissima, tanto che ieri il premier Mario Monti, incontrando i leader di partito che sostengono il suo governo, è stato chiarissimo: la situazione è gravissima, non ci sono più munizioni. Dicevamo che una timida prospettiva si è aperta ieri con le dichiarazioni di un “falco” del board BCE, il governatore centrale austriaco, Ewald Nowotny, per il quale non si può escludere che al Fondo europeo salva-stati permanente, l’Esm, possa essere concessa la licenza bancaria. Cosa significa? Che il fondo potrebbe in un futuro non lontano accedere alla liquidità della BCE e impiegarla nell’acquisto dei titoli pubblici in difficoltà, probabilmente sul mercato secondario. Questo scenario, per quanto ancora debole, ha spinto ieri pomeriggio le borse del Vecchio Continente in rialzo, stabilizzando anche gli spread di BTp e Bonos (Chiusura Borsa Milano: il rimbalzo è un rimbalzino, spread Btp Bund in calo). Ma la strada è molto tortuosa e s’intreccia ancora una volta con i veti e i voti tedeschi. Anzitutto, l’operatività stessa dell’Esm dipende da quanto sentenzieranno i giudici costituzionali di Karlsruhe, la cui decisione è stata fissata per il 12 settembre (Germania e ESM: la Corte Costituzionale rimanda tutto al 2 settembre). Ma anche ammettendo che il fondo sia promosso dai giudici, il suo predecessore, l’Efsf, ancora in funzione per alcuni mesi, potrebbe presto passare per il vaglio del Bundestag, secondo quanto ha stabilito quest’inverno la stessa Karlsruhe, con riferimento a qualsiasi iniziativa che influisca sul contribuente tedesco. E stando alle indiscrezioni di stampa, l’Efsf dovrebbe intervenire già in agosto, in attesa di essere sostituito dall’Esm, intervenendo direttamente sul mercato primario dei titoli pubblici, specie per arginare il problema della carenza di risorse, le quali ammontano a non più di 140 miliardi, detratti i 100 miliardi riservati agli aiuti per le banche spagnole.  

Rating Germania: Moody’s emissaria degli Usa

E di crisi si parla pure in Germania, dopo che l’agenzia di rating Moody’s ha intimato una bocciatura dei suoi pregiatissimi Bund, mutando l’outlook da stabile a negativo (La Realtà dei declassamenti Europei AAA di Moody’s). Ieri, la pubblicazione dell’indice Ifo a luglio ha evidenziato il terzo calo mensile consecutivo, con il dato in diminuzione da 105,2 a 103,3. Si tratta del risultato peggiore degli ultimi 28 mesi, ottenuto sulla base di interviste a 7 mila aziende tedesche, con riferimento alle loro condizioni presenti e alle prospettive future. Nonostante ciò, l’istituto di Monaco di Baviera, retto da Hans-Werner Sinn, non si attende una recessione in Germania, né certamente qualcosa di simile al 2009, quando il pil tedesco sprofondò del 5%. Al contrario, le stime per una crescita dello 0,7% dovrebbero essere confermate dai fatti, mentre il Fondo Monetario e la Bundesbank prevedono ancora per il 2012 una crescita dell’1% del pil, sebbene condizionata da un’alta incertezza.  

La Germania studia un possibile abbandono dell’Euro

Ma in Germania si parla adesso più apertamente, tra gli ambienti economici e finanziari, di cosa potrebbe accadere nel caso in cui fosse Berlino ad abbandonare l’Eurozona, per tornare al marco. Già, perché il sentimento dei tedeschi è diametralmente opposto a quello di gran parte degli altri popoli europei, in questa fase. Stanchi di sussidiare gli stati spendaccioni del Sud Europa, potrebbe essere la Germania a togliere il disturbo, ma per calcolo razionale, non certo per istinto.  

Nascita dell’Euro: i vantaggi di Berlino

Ieri, un articolo di Libero ripercorreva le tappe che portarono alla costruzione della moneta unica, quale risultato di un accordo franco-tedesco tra l’allora cancelliere Helmut Kohl e il presidente François Mitterand, teso a imporre la supremazia dei due stati, a discapito della potenza industriale italiana. In particolare, dopo la riunificazione del 1990, la Germania necessitava di una valuta per rilanciare la sua competitività, che ha trovato nella costruzione di una moneta unica europea, l’euro, di fatto svalutata rispetto al super-marco. Grazie all’euro, i tedeschi hanno potuto incrementare le loro esportazioni proprio verso quegli stati dell’Eurozona con cui avevano difficoltà, come l’Italia. Ora, pare che i tedeschi siano entrati in una seconda fase, ossia quella di un superamento della strategia passata, finalizzata alla conquista degli asset strategici dell’Eurozona, in sostanza, alla “germanizzazione” dell’Europa. Come? Abbandonando l’euro e tornando al marco. In effetti, ritornando a un super-valutato marco, la Germania avrebbe la possibilità di acquistare a mani basse tutte le aziende europee quotate e non. Ciò, per effetto di una valuta, che si rivaluterebbe nel loro caso del 40%. In poche parole, la Germania potrebbe comprare per pochi spiccioli fette di economia e manifattura italiane, spagnole, greche, etc.  

I tanti contro di un ritorno al marco

Tuttavia, lo scenario non è privo di rischi. Il super-marco danneggerebbe le esportazioni verso il resto dell’ex Eurozona, che rappresenta ancora il 40% dello sbocco delle merci tedesche. Ciò darebbe vita, quindi, a un crollo previsto del 20% delle esportazioni complessive, con danni particolari alle aziende che hanno debiti verso banche tedesche e che esportano verso l’Europa. In questo scenario, le banche potrebbero essere costrette a ricapitalizzarsi, per evitare la bancarotta. Tuttavia, la prospettiva di Berlino sarebbe di accrescere il suo interscambio commerciale con i Paesi emergenti, puntando a ridurre da tempo la dipendenza verso l’export nell’Eurozona. Processo effettivamente in atto da qualche anno. Le stime parlano di un costo pro-capite, ossia a carico di ciascun cittadino tedesco, di 6-8.000 euro all’anno, per la prima fase e di 3.500-4.500 euro all’anno, nella fase successiva. E i costi potrebbero essere ancora superiori, se si pensa che la Germania resta attualmente esposta verso gli altri stati dell’Eurozona per 3.300 miliardi di euro, di cui 1.500 miliardi sono crediti vantati dalle sue famiglie e imprese. In altre parole, Berlino rischierebbe un pesantissimo contraccolpo economico, se uscisse dall’euro, perché parte rilevante di questi crediti andrebbero in fumo. E parliamo di un’esposizione superiore al suo stesso pil, che ammonta a 2.400 miliardi. Certo, nel gioco cinico dell’analisi benefici-costi ne farebbe le spese la Grecia. Il costo di un default di Atene dentro l’euro sarebbe di 89 miliardi; se i greci fallissero fuori dall’euro, invece, tale costo a carico dei tedeschi scenderebbe a 82 miliardi. Da qui, la spinta del governo tedesco a fare in modo che la Grecia esca dall’Eurozona il prima possibile.  

La Germania sta traendo vantaggio dalla crisi dell’Euro

In ogni caso, molto difficilmente la Germania sarebbe disposta ad accettare i salvataggi di Spagna e Italia, valutati in complessivi 1.300 miliardi. Per non parlare del fatto che Berlino si sta avvantaggiando dalla crisi, riuscendo a rifinanziare il suo debito a tassi minimi, addirittura, con collocamenti negativi per le emissioni dei suoi titoli fino a un anno. La stessa instabilità finanziaria e le prospettive fosche sul futuro dell’Eurozona spingono gli investitori a lanciarsi sui Bund, considerati ormai un vero e proprio bene-rifugio. L’unico timore dei tedeschi si chiama rating. Qualora le agenzie dovessero invertire la rotta, iniziando a declassare anche i titoli del debito tedesco, allora tutto il castello finanziario architettato dalla Germania inizierebbe a scricchiolare. Sembra una coincidenza, ma poche settimane fa, prima del vertice del G20, si vociferava di una pressione della Casa Bianca sulla Germania, che si sarebbe espressa attraverso l’arma delle agenzie di rating. Insomma, Obama farebbe pressione sulle tre sorelle (S&P, Moody’s e Fitch), affinché inizino a prendere di mira pure i Bund, nella considerazione che i tedeschi non avalleranno alcuna soluzione alla crisi europea, se non prima ne verranno coinvolti.  

L’allarme di Krugman

Ma il gioco del tirare la corda fino all’ultimo istante possibile ha già creato danni immensi e non solo all’economia. Il sentimento anti-tedesco monta in gran parte dell’Eurozona e lambisce persino la Francia, come si è evidenziato a maggio con la clamorosa sconfitta di Nicolas Sarkozy alle elezioni presidenziali. Di più. La tenuta delle istituzioni democratiche nel Sud Europa è a rischio, tanto che l’economista Paul Krugman, qualche giorno fa, ha chiuso un suo intervento, sostenendo che tra qualche anno l’Europa potrebbe non essere più quell’alleanza di stati democratici di oggi. Triste presagio!

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Argomenti: Crisi Euro

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