Crisi euro per il referendum italiano? No, la colpa è di questo dato

La fine dell'euro è un rischio, ma non per l'insignificante referendum costituzionale italiano, quanto per gli squilibri sempre più evidenti dentro l'Eurozona. Ecco quale dato bisogna tenere d'occhio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La fine dell'euro è un rischio, ma non per l'insignificante referendum costituzionale italiano, quanto per gli squilibri sempre più evidenti dentro l'Eurozona. Ecco quale dato bisogna tenere d'occhio.

I mercati finanziari sono con il fiato sospeso in queste ore, in attesa di conoscere questa domenica sera come sia andato a finire il referendum costituzionale in Italia. Se vincesse il “no”, molti analisti e investitori interpreterebbero il risultato come una bocciatura del governo Renzi da parte degli elettori e, soprattutto, una nuova ventata di crisi per l’Eurozona, alle prese nei prossimi mesi con le urne in tutti gli stati-chiave, tra cui Francia e Germania. Il timore reale di parte della stampa finanziaria internazionale è che una bocciatura delle riforme istituzionali aprirebbe la strada verso il governo agli euro-scettici del Movimento 5 Stelle, di fatto mettendo in crisi forse definitivamente l’unione monetaria, partendo da forti tensioni finanziarie sul comparto bancario. (Leggi anche: Banche italiane e spread, mercati più rilassati a ridosso del referendum)

Abbiamo già visto come le previsioni catastrofiste siano state smentite con la Brexit prima e la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA dopo. E’ probabile, quindi, che dopo qualche seduta più o meno tesa, i mercati torneranno a ragionare sui fondamentali e che le profezie più pessimistiche verranno ancora una volta contraddette dai fatti.

La crisi dell’euro ce la spiega il Target 2

Non che questo significhi che l’euro sia in buona salute. La moneta unica rischia davvero di finire a un quindicennio dalla sua entrata in vigore, ma non per il referendum italiano. Per capire quanto instabile sia l’Eurozona, bisognerebbe guardare all’evoluzione del Target 2. Cos’è? E’ il sistema dei pagamenti della BCE, che registra i flussi di capitali tra i vari paesi dell’area.

Avendo questi tutti la stessa moneta, non sarebbe possibile verificare quanti capitali siano entrati o usciti da e verso un paese dell’Eurozona, attraverso le variazioni delle riserve valutarie. Ecco, quindi, che Francoforte ha dato vita a un sistema di monitoraggio, che capta i rapporti di credito-debito tra i vari membri dell’unione monetaria. (Leggi anche: Italia sotto attacco finanziario)

 

 

 

Fuga di capitali dall’Italia

L’Italia ha raggiunto in ottobre il suo record negativo con 355,5 miliardi di euro in uscita, mentre la Germania ha segnato un record positivo con 729 miliardi di capitali in entrata. In valore assoluto, nessun altro paese dell’Eurozona ha subito deflussi finanziari così ingenti, mentre in rapporto al pil è la Spagna il paese più colpito, seguita Portogallo e Grecia. Nord contro Sud, ancora una volta.

Rispetto al febbraio del 2015, l’Italia ha subito un’accelerazione dei deflussi per 191 miliardi, la Germania ha registrato maggiori afflussi per circa 200 miliardi. Perché questo riferimento temporale? Perché dal marzo dello scorso anno sono iniziati gli acquisti di titoli di stato e, in misura inferiore, di altri assets, attraverso il “quantitative easin” della BCE per 60 miliardi al mese fino al marzo di quest’anno, salito a 80 miliardi successivamente. (Leggi anche: Effetto Draghi, capitali in fuga da Italia e Spagna)

Capitali si spostano da Sud a Nord

Che cosa sta succedendo, quindi? La BCE, specie attraverso le banche centrali nazionali, sta acquistando i bond dei membri dell’Eurozona. Di questi, quasi 200 miliardi sono titoli italiani, circa 300 miliardi, invece, sono tedeschi. Cosa indicano questi dati? Che i 200 miliardi di titoli italiani acquistati dalla BCE hanno liberato liquidità, che ha preso la via della Germania.

In pratica, gli investitori vendono BTp e altri assets italiani, acquistando titoli tedeschi. Vista cosi, sembrerebbe quasi che non ci sia alcuna crisi sistemica in vista. Invece, è esattamente il contrario. Perché mai il mercato dovrebbe approfittare del QE per “sbarazzarsi” dei titoli del debito italiano, spagnolo, portoghese, buttandosi a capofitto su quelli tedeschi? Evidentemente, gli investitori stanno cogliendo l’occasione per liberarsi delle esposizioni verso il Sud Europa, rifugiandosi in assets percepiti come sicuri, spostandosi verso il Nord. (Leggi anche: Capitali in fuga senza Berlino)

 

 

 

Sopravvivenza dell’euro a rischio

Questo trend, però, lungi dall’essere una spiegazione rassicurante, si rivela funesto per la sopravvivenza dell’euro, in quanto segnala una fuga dei capitali dall’Italia e gli altri paesi del Sud verso la Germania. Se ci fossero ancora le monete nazionali, la lira si deprezzerebbe e il marco tedesco si apprezzerebbe. Gli assets italiani tornerebbero più competitivi, quelli tedeschi sarebbero un po’ costosi e si arriverebbe a un equilibrio anche sul piano dell’import-export.

Invece, l’euro rende impossibile questo meccanismo, per cui o l’Italia torna competitiva, riformandosi e tagliando i costi di produzione (salari, etc.), oppure la Germania dovrebbe spendere parte del suo surplus fiscale, al fine di sostenere le esportazioni dei propri partner commerciali dell’Eurozona. Poiché non stanno avvenendo né l’una, né l’altra cosa, il Target 2 mostra una polarizzazione sempre più netta tra economia tedesca e Sud. La prima attrae capitali di mese in mese più ingenti, il secondo li vede defluire. Di questo passo, l’Italia morirà di stagnazione. E sarà questa a provocarne l’uscita dall’euro, non un referendum o qualche pagliacciata politica di scarsa rilevanza. (Leggi anche: Crisi Eurozona, Germania attacca sui conti pubblici)

 

 

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Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, quantitative easing