Crisi euro, i piani di Juncker divergono da quelli della Merkel

La crisi dell'euro si accentua sulla differenza di percorso immaginata dalla Germania, rispetto alla Commissione europea. Se non si esce dall'equivoco, la moneta unica non ha futuro.

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La crisi dell'euro si accentua sulla differenza di percorso immaginata dalla Germania, rispetto alla Commissione europea. Se non si esce dall'equivoco, la moneta unica non ha futuro.

Il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, in un suo discorso a Vienna di giovedì, è tornato a chiedere una maggiore integrazione politica tra i 19 membri dell’Eurozona, rigettando le perplessità di quanti sostengono che un simile passo sarebbe divisivo nella UE, dato che 9 dei suoi attuali 27 membri (escludendo già il Regno Unito) non condividono la moneta unica. Secondo l’ex ministro socialista francese, servono nuove istituzioni, parallelamente a quelle esistenti per l’intera UE, come la figura di un ministro unico delle Finanze, che sarebbe anche un membro della Commissione europea, un Tesoro unico e un bilancio separato da quello comunitario, “che sostenga gli investimenti da un lato e combatta la disoccupazione dall’altro”.

(Leggi anche: Juncker chiede un Tesoro comune, cosa significa per noi?)

Nel dibattito ormai pluriennale tra euro-scettici ed euro-fili, un po’ tutti gli economisti concordano su un punto: o si compie un passo in avanti nella direzione di una maggiore integrazione politica tra i membri dell’Eurozona, oppure si sarà prima o poi costretti a tornare alle monete nazionali, perché l’euro non si regge così com’è.

Integrazione politica per superare crisi euro

L’integrazione da tanti invocata e adombrata da Moscovici, che sul punto parla di fatto in rappresentanza dello stesso presidente Jean-Claude Juncker, consiste in un’unica politica fiscale, ovvero in un trasferimento di poteri più pregnanti sui conti pubblici dai singoli stati a Bruxelles. Serve, infine, completare l’Unione bancaria, attraverso quella garanzia unica sui depositi, che il governatore della BCE, Mario Draghi, ha più volte spiegato essere l’antidoto alla crisi di fiducia dei mercati verso la frammentazione del sistema creditizio nell’unione monetaria. (Leggi anche: Germania attacca Juncker sui conti pubblici)

La Germania vorrebbe sì una maggiore integrazione, ma non quella appena esposta. La cancelliera Angela Merkel propone, ad esempio, che il ministro delle Finanze unico per l’Eurozona, qualora fosse istituito, venga controllato da un super-commissario indipendente, il cui compito sarebbe quello di sorvegliare che i bilanci nazionali adempiano alle regole e agli obiettivi fiscali concordati.

I piani della Germania

In sostanza, bilancio e Tesoro unico per i tedeschi non significa condivisione dei rischi, bensì accentramento dei controlli. Secondo l’interpretazione di Berlino, solo quando tutti gli stati nazionali membri dell’Eurozona avranno raggiunto gli obiettivi fiscali concordati, come il taglio del rapporto debito/pil sotto il 60% e il pareggio di bilancio, si potrebbe anche prendere in considerazione l’ipotesi di condivisione dei rischi sovrani, attraverso l’emissione degli Eurobond, in quanto le economie sarebbero di fatto ormai tutte sullo stesso piano e un collocamento accentrato dei debiti sovrani non si tramuterebbero in un trasferimento di rischi e oneri dall’unico all’altro paese.

Lo stesso ragionamento è valido per l’Unione bancaria. La Germania con la Bundesbank ha chiarito da tempo di essere indisponibile a una garanzia unica sui depositi, tranne che non vengano sciolti due nodi: la messa in sicurezza delle banche fragili di tutti i paesi membri e la rescissione del legame tra bilanci bancari e quelli pubblici. In sostanza, i tedeschi ritengono che le banche europee debbano ricapitalizzarsi per rafforzarsi e allo stesso tempo allentare il rapporto con il debito pubblico dello stato in cui hanno sede, smaltendo il peso dei titoli di stato a bilancio. (Leggi anche: Garanzia unica sui depositi non lascia margini sul bail-in)

Niente condivisione dei rischi per la Germania

Il riferimento esplicito è all’Italia, le cui banche appaiono complessivamente sotto-capitalizzate, gravate da una mole enorme di crediti dubbi e da ben 400 miliardi di titoli di stato nazionali in pancia. La garanzia unica implicherebbe per la Bundesbank condivisione dei rischi bancari tra realtà ad oggi molto squilibrate e persino di quelli sovrani, per il tramite dei titoli di stato detenuti dagli istituti. (Leggi anche: Bundesbank frena su garanzia unica sui depositi)

Con tutta evidenza, quando in Europa si parla di integrazione politica, si fa riferimento a cose diverse, a seconda di chi la invoca. Per il Sud Europa, significa condivisione dei rischi e la creazione di un meccanismo di trasferimento della ricchezza dalle economie forti a quelle più deboli.

Nella situazione attuale, sarebbe come affermare che la Germania dei surplus correnti record dovrebbe mettere mano al portafogli e sganciare in favore di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, etc., le cui economie appaiono in difficoltà; per la Mitteleuropa a trazione tedesca, invece, vuol dire maggiori controlli e politiche fiscali accentrate e meno flessibili.

La crisi dell’euro sta tornando

In teoria, le due visioni non sarebbe inconciliabili, nel senso che le richieste tedesche potrebbero venire soddisfatte temporalmente prima, in modo da giungere successivamente alla realizzazione di quelle del Sud. E, tuttavia, parliamo di un percorso politicamente ormai poco praticabile, perché il sostegno popolare a impegni nella direzione di una maggiore austerità fiscale è nullo un po’ in tutto il Vecchio Continente, ragione per cui di integrazione politica i tedeschi non vorranno sentire parlare per decenni, non all’italiana. La crisi dell’euro sta tornando su queste incomprensioni.

 

 

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