Crisi euro: perché lo scisma tra Nord e Sud nell’Eurozona sembra inevitabile

La crisi dell'euro appare irreversibile, lo "scisma" tra Nord e Sud dell'Eurozona non sembra più impossibile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
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Quando la settimana scorsa il premier Matteo Renzi, la cancelliera Angela Merkel e il presidente François Hollande si sono incontrati a Ventotene per fare il punto sull’agenda della UE, il leader tedesco si sarebbe rifiutato anche solo di discutere della sempre meno impossibile divisione tra Nord e Sud dell’Eurozona.

Sin dalla nascita della moneta unica, l’ipotesi di creare due aree a velocità diverse era stata un’ipotesi sul tavolo, sebbene non granché realistica, visto che uno dei più grandi paesi del blocco, l’Italia, avrebbe dovuto far parte dell’unione monetaria di serie B, insieme a paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, cosa che implicava una dose di umiliazione per uno dei fondatori della UE.

Verso euro a due velocità?

Eppure, adesso che i guai nell’Eurozona non fanno che aumentare, il cosiddetto “euro a due velocità” inizia a farsi strada, almeno come dibattito teorico, perché formalmente nessun governo lo avrebbe allo studio. E’ un dato di fatto che il blocco monetario appaia diviso in due fronti: quello del Nord, con Germania in testa, la cui crescita economica si mostra soddisfacente e dove la disoccupazione è a livelli minimi da decenni o quanto meno contenuti.

Tutt’altra storia nel Sud: la crescita è bassa, stagnante o si respira ancora aria di recessione (vedi la Grecia), mentre la disoccupazione è ovunque a due cifre e, in alcuni casi, ai massimi storici. Persino la Spagna, che sta crescendo a un ritmo di quasi il 3% all’anno, presenta ancora un numero di disoccupati abnorme, pari a oltre un quinto della sua forza lavoro.

 

 

Crisi euro con cambi fissi

Sul piano politico, questa frattura diventa sempre meno sostenibile, anche perché a fronte di problemi diversi, anche le soluzioni non possono essere unitarie. Si pensi all’inflazione: la BCE punta a un target di quasi il 2% all’anno, che mediamente è in linea con gli obiettivi delle principali banche centrali del pianeta, ma che nello specifico si sostanzia in un caso problematico nell’Area Euro.

Facciamo un passo indietro: quando c’erano le monete nazionali (lira, marco tedesco, franco francese, peseta, etc.), le variazioni del cambio fungevano da riequilibratore del mercato. Se l’economia italiana diventava meno competitiva di quella tedesca, esportava di meno, con la conseguenza che la lira si deprezzava contro il marco. Ciò tonificava il nostro export e con il tempo si creava un nuovo equilibrio sul mercato del cambio tra lira e marco, corrispondente a un nuovo equilibrio interno anche sul mercato dei beni di entrambi i paesi.

Svalutazione interna insostenibile sul piano politico

Con l’euro, il cambio tra i paesi aderenti al blocco è fisso sin dal 1999 e, pertanto, un’eventuale perdita di competitività dell’Italia non può più avvenire con l’indebolimento della lira, bensì attraverso quella che viene definita la “svalutazione interna”. Non potendo più fare affidamento sul cambio, l’unico modo per recuperare competitività e tornare così a crescere consiste nel registrare un aumento dei prezzi interni inferiore a quello dei principali partner europei. In altri termini, l’inflazione in Italia deve essere più bassa che in Germania.

Ora, da anni le principali economie del pianeta registrano tassi d’inflazione quasi azzerati o persino negativi. In Germania, ad esempio, i prezzi crescono poco sopra lo zero, mentre in Italia poco sotto di esso. Questo trend, dovuto a svariate cause (vedi il crollo delle quotazioni delle materie prime), complica e di molto le cose nell’Eurozona.

 

 

 

Deflazione necessaria al Sud con euro

Se i paesi “forti” del Nord non hanno inflazione o ce l’hanno a livelli infimi, affinché il Sud possa rilanciarsi è necessario che registri livelli d’inflazione negativi, ovvero che scivoli a lungo nella deflazione. Ma questa porta con sé alcuni problemi, tra cui l’innalzamento del rapporto tra debito e pil. E per un paese come l’Italia, che ha già un debito pubblico al 133% del pil, il calo tendenziale dei prezzi rende molto più difficile il risanamento dei conti pubblici, con la conseguenza che nel Sud sarà sempre più necessaria ulteriore austerità fiscale.

Guardate, che anche qualora l’inflazione nell’Eurozona risalisse verso il target, le cose non sarebbero meno semplici per la BCE. Un’inflazione media nell’area intorno al 2% sarebbe presumibilmente il frutto di un aumento dei prezzi del 2,5-3% in paesi come la Germania e dell’1-1,5% in paesi come l’Italia. Berlino farebbe pressione su Francoforte per adottare una politica monetaria restrittiva, mentre Roma starebbe a posto così.

La dicotomia tra Nord e Sud inizia a farsi insostenibile anche sul piano politico, come si nota in Italia con la perdita di consenso per il governo Renzi a pochi mesi dal referendum costituzionale; in Francia, con l’ascesa del Fronte Nazionale e la crisi nera della gauche al potere; in Spagna, senza governo da 8 mesi e che potrebbe scivolare verso le terze elezioni in meno di un anno; in Portogallo, dove si è reso necessario un esecutivo di ultra-sinistra, in seguito alla mancata maggioranza assoluta dei seggi per il centro-destra; in Grecia, alle prese con l’ottavo anno di recessione dal 2008 e con un quadro partitico sempre fragile.

 

 

Crisi politica anche nel Nord Europa

Lo stesso Nord, quasi per una pena del contrappasso, non è immune dalla crisi politica. Se la ripetizione del ballottaggio per le presidenziali in Austria potrebbe portare al potere il leader dell’ultra-destra anti-UE, Norbert Hofer, in Germania è sempre più grave la perdita di consensi per la coalizione della cancelliera, mentre in Olanda sarebbe in testa nei sondaggi la destra euro-scettica di Geert Wilders, così come in Finlandia si fanno sempre più forti le pressioni anti-euro.

Il guaio è che gli euro-scettici del Nord guadagnano terreno per ragioni spesso opposte a quelle sponsorizzate dai colleghi del Sud. Da qui, o si prende atto della crisi strutturale in cui versa l’Eurozona, oppure ci si avvia velocemente a una sua disintegrazione, attraverso un vero e proprio “scisma” silente tra Nord e Sud, che lungi dal dare vita a un equilibrio più avanzato nell’Eurozona, finirebbe per porre fine anche alla UE.

 

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Argomenti: Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa