Crisi economica: le stime di Prometeia adombrano un rischio default per l’Italia

La sostenibilità del debito pubblico italiano vacillerebbe, indipendentemente dalla BCE, nel caso in cui le previsioni macro di Prometeia si rivelassero esatte. Ed è molto probabile che lo siano.

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La sostenibilità del debito pubblico italiano vacillerebbe, indipendentemente dalla BCE, nel caso in cui le previsioni macro di Prometeia si rivelassero esatte. Ed è molto probabile che lo siano.

La crisi dell’economia italiana si sta rivelando più grave di quanto anche le previsioni più pessimistiche indicassero fino a poche settimane fa. Ieri, le stime di Prometeia hanno raggelato il sangue, non tanto per il calo atteso del pil per il 2020, di fatto inferiore a quello stimato da Commissione UE e qualche altro analista straniero, quanto per gli strascichi che si porterebbe dietro. L’economia si contrarrebbe quest’anno del 10,1% e rimbalzerebbe del 5,9% nel 2021. Tuttavia, rischia di tornare ai livelli pre-Covid solamente nel 2025. Del resto, l’Italia chiudeva il 2019 con un pil reale sotto i livelli del 2007 di almeno 4 punti percentuali, prova di quanto sia per noi difficile recuperare in fretta i livelli di ricchezza perduti a causa della crisi.

La vera crisi del debito pubblico è che non serve più all’economia

Il deficit è atteso per quest’anno da Prometeia all’11% del pil, il debito pubblico al 159%. Eppure, probabile che i numeri a consuntivo si rivelino ben peggiori. Il problema non riguarda l’oggi, quanto proprio la lentezza del recupero. Un calo del pil nell’ordine del 10% sottrae alle casse dello stato oltre 4 punti di pil di gettito fiscale, qualcosa come 75 miliardi di euro all’anno. Questo, perché la pressione fiscale nel nostro Paese si attesta intorno al 42-43%, cioè su ogni 1 euro di ricchezza prodotta vengono versate imposte per 42-43 centesimi.

Più tempo ci serve per tornare ai livelli di pil nominale del 2019, più lentamente questo “buco” si rimargina. Se Prometeia avesse ragione, ad esempio, nel 2021 mancherebbero ancora all’appello almeno un’ottantina di miliardi di pil, supponendo prezzi fermi. E di conseguenza, il minore gettito fiscale resterebbe all’incirca di 35 miliardi, andando ad alimentare i disavanzi fiscali, al netto delle misure di sostegno ai redditi.

Un fenomeno, che abbia imparato a conoscere con l’onda lunga della crisi del 2008-’09, che in Italia ebbe una replica devastante nel triennio 2011-2014. Malgrado i tagli alla spesa, la bassa crescita ha tenuto basso il gettito fiscale, che è stato aumentato con rialzi di imposte depressivi per l’economia.

Rischio inflazione

Se alla bassa crescita dovessimo far fronte anche a un’inflazione nulla o persino negativa, il problema diverrebbe ancora più grave, perché nemmeno nominalmente le entrate dello stato crescerebbero, mentre il peso del debito in rapporto al pil tenderebbe a rafforzarsi. Né per contro potremmo o dovremmo confidare in una veloce reflazione, che deprimendo i redditi reali in una fase ancora di debolezza finirebbe per tagliare i consumi delle famiglie, indebolendo le prospettive di crescita. E un’inflazione in rapida risalita in tutta l’Eurozona costringerebbe la BCE a ritirare le misure di accomodamento monetario, tagliando gli acquisti di bond e alzando gradualmente i tassi, con ciò aumentando il costo di rifinanziamento dei debiti sovrani, specie di quelli percepiti più a rischio come il nostro.

E’ proprio questo lo scenario che Prometeia sottintende, ovvero che l’Italia non riesca ad uscire dalla crisi in fretta, tornando ai livelli pre-Covid dopo gli altri partner dell’Eurozona e subendone le conseguenze sul piano di una politica monetaria più restrittiva e, quindi, di minore supporto ai BTp. Gli avanzi primari (al netto della spesa per interessi) resterebbero bassi e insufficienti a garantire la stabilità del rapporto debito/pil, rendendo lo stock sempre meno sostenibile. E tutto questo, senza tenere in considerazione che per ragioni di mantenimento della pace sociale i governi nei prossimi anni a Roma (e, forse, anche altrove) non potranno concentrarsi sul risanamento dei conti pubblici, dovendo rispondere alle crescenti insofferenze sociali. Si fa presto a pensare che la BCE ci possa salvare in eterno, perché la realtà che abbiamo dinnanzi agli occhi è spaventosamente seria.

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