Crisi economica, frustrazione e immigrazione cause della morte del centro-sinistra in Italia

Con le elezioni di ieri è stata sconfitta la narrazione del PD sullo stato dell'economia italiana. Al sud è forte la domanda di assistenzialismo (ma non solo), mentre al nord viene premiato il buon governo del centro-destra. Centro-sinistra sconfitto persino nelle regioni rosse.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Con le elezioni di ieri è stata sconfitta la narrazione del PD sullo stato dell'economia italiana. Al sud è forte la domanda di assistenzialismo (ma non solo), mentre al nord viene premiato il buon governo del centro-destra. Centro-sinistra sconfitto persino nelle regioni rosse.

Risultati elettorali catastrofici per il PD, crollato sotto la soglia psicologica del 20% e che stando allo scrutinio in corso, si attesterebbe al 18-19%. Se alla vigilia si temeva un esito molto negativo, adesso il quadro appare abbastanza chiaro. Non solo il PD ottiene ben meno delle attese, ma va male persino nelle roccheforti storiche dell’Italia centrale, dove la mappa dei collegi segna solo qualche pallino rosso in favore del partito di Matteo Renzi, che non a caso questo pomeriggio dovrebbe annunciare le dimissioni. Il dato per i democratici segna la fine del corso renziano, iniziato poco più di 4 anni fa e chiude un lungo ciclo politico, quello del centro quale pilastro indispensabile per la formazione di qualsivoglia governo, che dal 1946 ad oggi sembrava non potere mai essere scalfito. Invece, le formazioni anti-sistema avrebbero oggi la possibilità teorica di comporre una maggioranza di stampo euro-scettico, anche se le prospettive più concrete appaiono diverse, pur improntate tutte all’assegnazione ad almeno uno dei due tra M5S e Lega di un ruolo-chiave per decidere chi andrà a Palazzo Chigi.

Bocciata, dunque, una legislatura piddina, iniziata male e finita peggio. Per capire come sia stato possibile un disastro elettorale impensabile in questi termini fino a poco tempo fa, bisogna tornare indietro con la mente al febbraio 2013, quando l’allora centro-sinistra di Pierluigi Bersani otteneva il 54% dei seggi alla Camera, pur avendo preso appena il 29,4% dei consensi, godendo di un ampio premio di maggioranza. Il risultato fu gestito nel peggiore dei modi. Anziché ricercare alleanze solide e politicamente sostenibili, i democratici agirono come se avessero conquistato davvero la maggioranza assoluta dei voti, relazionandosi con arroganza sia con il Movimento 5 Stelle, primo partito uscito dalle urne, sia con il centro-destra, superato di appena lo 0,4%. Da lì, un errore dietro l’altro, compresa l’elezione in solitaria del capo dello stato.

La legislatura è segnata da ben tre governi di centro-sinistra e con formule diverse. Si passa dalle larghe intese con Forza Italia per il premier Enrico Letta alle intese tra PD e “voltagabbana” di Angelino Alfano per Matteo Renzi. E alla fine del 2016, dopo la batosta incassata al referendum costituzionale, anziché cambiare registro, il PD cambia solo premier e imbarca l’Italia in una estenuante e lunga campagna elettorale caratterizzata da scontri quotidiani su regole e stato reale dell’economia italiana.

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La narrazione renziana della ripresa non è stata abbracciata in eguale misura dal successore Paolo Gentiloni, ma è evidente come i democratici al governo, se pur comprensibilmente abbiano voluto rivendicare la bontà delle loro azioni, d’altra parte abbiano segnalato di essere avulsi dalla realtà con il racconto di un’Italia in cammino sul fronte della crescita e dell’occupazione, che non ha avuto alcuna corrispondenza con i dati socio-economici di un Paese collassato con la crisi esplosa nel 2008 e dalla quale non si è più stati in grado di uscire davvero.

E così, i risultati di Movimento 5 Stelle al sud e della Lega al nord ci confermano che proprio le tematiche socio-economiche hanno ricoperto un ruolo determinante per lo spostamento dei consensi in favore dei due partiti. Ad alimentarli per il Carroccio al nord sono state alcune parole d’ordine piuttosto chiare: lotta all’immigrazione clandestina, sicurezza e pugno duro a Bruxelles contro i commissari; per i grillini al sud, reddito di cittadinanza, lotta alla corruzione e lavoro.

Insomma, due Italie con istanze sociali molto diverse si sono espresse e hanno dato vita a due maggioranze, ognuna delle quali rappresenta una bocciatura sonora del centro-sinistra di governo. E a conferma che la crisi coinvolga quell’area lì, nemmeno gli scissionisti del PD possono gioire, se è vero che Liberi e Uguali di Pietro Grasso ottiene appena il 3,3%, circa la metà di quanto atteso e un terzo del 10% ambito all’esordio di questo movimento a dicembre. Insomma, il responso delle urne non è stato fatale solo per il renzismo, bensì pure per chi dell’anti-renzismo dentro il centro-sinistra ne aveva fatto una bandiera, evidentemente non risultando sufficientemente credibile.

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Non solo assistenzialismo al sud

Sbaglia, però, chi pensa che il voto dilagante per l’M5S al sud sia solo di richiesta di nuove forme di assistenzialismo. Se è vero che si tratta di un “no” all’establishment politico-istituzionale tradizionale, è indubbio come la domanda si sia rivolta nel Meridione quasi esclusivamente verso i grillini per il solo fatto che la Lega di Matteo Salvini, per quanto ormai ampiamente sdoganata persino sotto Roma, non può certo dirsi ancora in grado di competere alla pari con le altre formazioni in questa parte del Paese. Insomma, chiediamoci cosa sarebbe accaduto se il Carroccio si fosse radicato qui qualche anno prima.

Tirando le somme, è stata bocciata la narrazione di un’Italia che non esiste, quella che il PD ha propinato per anni, contravvenendo alla realtà e al buon senso. D’altra parte, è stato anche in larga parte un voto di frustrazione al sud, dove hanno miseramente fallito le amministrazioni di centro-destra e di centro-sinistra a ogni livello nella loro incapacità mostrata di sapere anche solo fare germogliare i semi della speranza di uno sviluppo economico, che più di ieri resta un mero miraggio da Roma in giù. Non a caso, il centro-destra trionfa al nord, in quelle regioni che governa piuttosto bene da decenni e nelle quali la richiesta di cambiamento appare contenuta. E così, tra un’Emilia-Romagna e una Toscana che nella mappa dei collegi uninominali si tinge di azzurro e una Sicilia in gran parte di giallo, sono cadute tutte le roccheforti elettorali. Non esistono più bottini per nessuno. D’ora in avanti, i voti dovranno essere conquistati comune per comune, provincia per provincia e non più sulla base di chiacchiere. E’ la fine di un’era.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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