L’Arabia Saudita pagherà i fornitori con una moneta parallela, è crisi di liquidità?

L'Arabia Saudita sarebbe in crisi di liquidità, se è vero che intende pagare i fornitori con certificati di credito. Ma ecco perché non dovremmo allarmarci.

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L'Arabia Saudita sarebbe in crisi di liquidità, se è vero che intende pagare i fornitori con certificati di credito. Ma ecco perché non dovremmo allarmarci.

La crisi di liquidità in Arabia Saudita potrebbe essere più grave di quanto non appaia, se è vera l’indiscrezione riportata da Bloomberg, secondo la quale il governo di Riad avrebbe annunciato alle banche di volere pagare parte delle somme dovute ai fornitori con IOU (“I Owe You”), ovvero certificati assimilabili alle cambiali pagherò, quelle per intenderci che la Grecia ipotizzava l’anno scorso di emettere al posto del contante, quando era a corto di liquidità.

Fonti ufficiali non hanno confermato la notizia, trincerandosi dietro al silenzio, ma se la notizia fosse vera, si tratterebbe di un segnale poco rassicurante, anche se bisogna evitare drammatizzazioni. Gli IOU sarebbero pagamenti assimilabili ai bond, detenibili fino alla scadenza dal creditore, il quale potrebbe anche optare per portarle a scontare in banca, dove in cambio di un interesse sarebbero convertite in denaro con anticipo rispetto alla scadenza.  

Economia saudita rallenta e s’indebita

All’inizio di questa settimana, Moody’s ha declassato il rating del debito sovrano saudita da “Aa3” ad “A1”, sostenendo che i piani di diversificazione dell’economia del regno restano ancora ignoti. Secondo l’agenzia, il pil nominale si sarebbe ridotto del 13,3% nel 2015 e quest’anno dovrebbe cedere di un altro 6%. In termini reali, però, la crescita è stata del 3,4% l’anno passato e quest’anno è attesa all’1,2%, di gran lunga inferiore alla media del 5% del quinquennio 2011-2015. E’ attesa al 2% nel quinquennio 2016-2020, periodo durante il quale il deficit statale dovrebbe attestarsi mediamente al 9,5% del pil, generando un indebitamento cumulato di 1.200 miliardi di rial, pari a 324 miliardi di dollari, ovvero il 50% del pil saudita. Tutto questo rischia di intaccare seriamente le riserve petrolifere, che al loro apice nell’agosto del 2014 ammontavano a 731 miliardi di dollari, mentre nel marzo scorso risultavano scese a 576 miliardi. Alla base di questo collasso c’è il tracollo delle quotazioni del petrolio, dalle quali dipendono i tre quarti delle entrate statali di Riad.      

Riserve saudite ancora sufficienti a lungo

Per questo motivo, il debito pubblico, oggi ancora al 6% del pil, potrebbe salire al 35% entro il 2018.

Lo scorso anno, infatti, il deficit è esploso al 13,3% del pil e dovrebbe restare intorno a questi livelli anche nell’esercizio in corso. A differenza della Russia, che lasciando fluttuare il rublo sul mercato, ha contrastato quasi del tutto gli effetti del tracollo dei prezzi energetici (espressi in dollari alle quotazioni internazionali), pur registrando un’impennata dell’inflazione, il rial è agganciato al dollaro a un tasso fisso di 3,75, anche se i contratti “forward” a 12 mesi stimano in questo momento una svalutazione del 12%, ovvero che la fine del “peg” ultra-trentennale. E nel frattempo, i credit default swaps (cds), i contratti che assicurano contro il crac sovrano, rendono più dei titoli portoghesi, evidentemente in previsione di rischi considerati elevati. Ma è il caso di allarmarsi? I numeri non paiono così negativi. L’Arabia Saudita è leader del mercato petrolifero mondiale e dalla sua produzione, concentrata nelle mani di Aramco, la compagnia statale, dipendono le variazioni dei prezzi. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in 5 anni il tempo entro il quale le sue riserve valutarie potrebbero esaurirsi. Tuttavia, queste previsioni si fondano su due assunzioni: che il prezzo del greggio rimanga ai livelli attuali e che Riad non introduca alcuna misura di contenimento della spesa pubblica o di aumento delle entrate.

Riforme in vista nel regno

Con la sua Vision 2030, invece, il Principe Mohammed bin Salman ha segnalato l’intenzione di riformare l’economia saudita, sganciandola dalla dipendenza dal petrolio, anche attraverso una diversificazione delle entrate, un aumento dell’occupazione e la privatizzazione degli assets più importanti, Aramco in primis. Già dallo scorso anno, poi, Riad è tornata a rifinanziarsi sui mercati con l’emissione di debito a medio-lungo termine per la prima volta dal 2007. Ciò le consente di attutire l’impatto sulle riserve valutarie, che ammontano ancora a circa il 75% del suo pil. La sola privatizzazione di Aramco, con una IPO iniziale del 5%, porterebbe nelle casse saudite qualcosa come non meno di 100 miliardi di dollari, pari a più dell’intero deficit registrato nel 2015.

     

Perché i numeri appaiono dalla parte di Riad

L’allarme appare, quindi, ingiustificato, almeno nel medio termine. Esso dovrebbe scattare con un esaurimento delle riserve, che avverrebbe solo intorno al 2020 e in caso di totale inerzia della monarchia dei Saud. Riepilogando, però, quanto sopra scritto, tale scenario potrebbe essere evitato con le seguenti azioni: 1) taglio della spesa pubblica (il 30% è improduttiva) e, in particolare, dei sussidi energetici elargiti ad oggi alla popolazione (il prezzo del carburante è stato già innalzato di 8 centesimi al litro, pari al 50%); 2) aumento delle entrate (prevista l’IVA su alcuni beni e altre imposte diverse da quella sui redditi); 3) emissione di bond per colmare il gap tra spesa ed entrate; 4) privatizzazioni. La sola Aramco allontanerebbe lo spettro di un default di decenni; 5) taglio deciso della produzione di greggio, che provocherebbe un aumento del deficit nel breve termine, ma una risalita delle quotazioni quasi immediata e una conseguente riduzione del deficit nel medio periodo; 6) fine del “peg”: il rial sarebbe svalutato o del tutto lasciato libero di fluttuare contro il dollaro. Di conseguenza, le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio (in dollari) varrebbero di più in valuta locale e ciò colmerebbe il deficit, anche se al costo di un’inflazione temporaneamente elevata.      

Tensioni con gli USA

C’è una minaccia, che arriva da Riad e che riguarda gli USA. Il Senato americano ha approvato all’unanimità una legge, che consente ai familiari delle vittime dell’11 settembre di adire in giudizio membri delle autorità saudite, revocando loro l’immunità. Il presidente Barack Obama ha già annunciato, però, il veto. I sauditi l’hanno presa parecchio male, avvertendo che come ritorsione venderanno fino a 750 miliardi di Treasuries e altri assets in dollari detenuti. Stando ai dati ufficiali, resi noti nei giorni scorsi per la prima volta, non ci sarebbe molto da preoccuparsi nemmeno in questo caso, perché il Regno Saudita sarebbe in possesso di 116,8 miliardi di titoli del Tesoro USA, forse qualcosa di più, considerando quelli depositati all’estero, ma comunque non in quantità tale da destare allarme. Certo è, invece, che i rapporti con la prima economia del pianeta potrebbero incrinarsi, anche perché uno dei due candidati alla Casa Bianca, Donald Trump, ha promesso che introdurrebbe un embargo contro le importazioni di petrolio saudita e di paesi alleati, qualora vincesse le elezioni presidenziali di novembre.

     

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