L’Italia alla canna del gas anche a causa dei troppi “no”

La crisi del gas è stata sfiorata in Italia, dove le importazioni restano essenziali per i consumi nazionali. Eppure, continuiamo ad opporci alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

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La crisi del gas è stata sfiorata in Italia, dove le importazioni restano essenziali per i consumi nazionali. Eppure, continuiamo ad opporci alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento.

L’esplosione a Baumgarten an der March, in Austria, hub del gas in arrivo dalla Russia e smistato praticamente in tutta Europa per una capacità annua di 40 miliardi di metri cubi, ha fatto tremare le gambe all’Italia ieri, quando si è sfiorata una vera crisi energetica sui timori di un blocco dell’impianto per diversi giorni e in piena stagione invernale, proprio mentre la domanda sale per il freddo. Per fortuna, le forniture di gas sono state ripristinate già dalla serata di ieri, mentre Snam, che controlla l’impianto in cui è avvenuto l’incidente, rassicurava sulla sufficienza degli stoccaggi nazionali. Essi sono pari a 12,8 miliardi di metri cubi, a cui si sommano i 4,6 miliardi delle riserve strategiche. A conti fatti, considerando che nel 2016 i consumi nazionali siano stati pari a 71 miliardi, avremmo oltre due mesi a disposizione, prima di restare senza un briciolo di gas. (Leggi anche: Bollette luce e gas Italia le più alte d’Europa)

L’Italia dipende dalle importazioni per il 92%, la percentuale maggiore tra le economie europee. Eppure, il gas rappresenta il 35% dei nostri consumi energetici. Le forniture arrivano essenzialmente da sei paesi: Russia, Norvegia, Olanda, Algeria, Tunisia e Libia. Tuttavia, la sola Russia rappresenta oltre il 40% delle importazioni totali, mentre il contributo di Tripoli resta basso (8 miliardi di metri cubi all’anno) e forse è un bene che la sua incidenza sulle importazioni italiane non aumenti significativamente, data l’instabilità politica e conseguentemente anche delle forniture energetiche della nostra ex colonia nordafricana.

Escludendo la Norvegia, la quasi totalità delle nostre importazioni deriva da aree geopoliticamente sensibili. Non è la prima volta che l’Italia vive il timore di una crisi del gas.

Nel 2005, il braccio di ferro tra Vladimir Putin e Kiev su tensioni sia politiche che legate alle condizioni commerciali del transito del gasdotto sul territorio ucraino ha fatto tremare Roma più di ogni altra capitale, perché la chiusura dei rubinetti da parte di Mosca avrebbe avuto e tutt’ora avrebbe da noi conseguenze negative ben più dirompenti.

I troppi no dell’Italia

Eppure, la costruzione del Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian rifornirà di nuova energia l’Italia attraverso la Puglia dal 2020 è osteggiato da un vasto movimento di opposizione, ribattezzato appunto No-Tap, che vede nel governatore Michele Emiliano forse il suo massimo esponente e che ieri ha paragonato il cantiere di Melendugno per i lavori niente di meno che ad Auschwitz. Parliamo di una regione, dove si levano proteste da parte degli stessi ambienti anche contro l’Ilva di Taranto, un indizio non secondario dell’esistenza di un’Italia dei “no” a tutto, salvo lamentare l’assenza di lavoro e di investimenti. E così, non solo non siamo in grado nemmeno di sfruttare appieno i propri giacimenti di gas, che coprono appena l’8% del fabbisogno nazionale, quando saremmo in possesso di riserve accertate e recuperabili per oltre 60 miliardi di metri cubi, ma continuiamo ad osteggiare qualsivoglia infrastruttura in grado di farci fluire il gas di cui avremmo bisogno per scaldarci, secondo il classico principio del “Nimby” (“Non in may back yard”), ovvero tenetevi lontano dal mio orticello. (Leggi anche: Gasdotto Puglia, No Tap proseguono la lotta)

Al contrario, proprio la nostra posizione strategica dovrebbe farci diventare un nuovo hub del gas di un’Europa in cerca di diversificazione delle fonti di approvvigionamento e di un allentamento della dipendenza energetica dalla Russia. Potremmo smistare petrolio dal Nord Africa, dall’Azerbaigian e dalla stessa Russia con la costruzione di un gasdotto alternativo a quello che passa per Ucraina e Austria, come la stessa Mosca era intenzionata a fare con la collaborazione di Snam fino al 2014, anno in cui il progetto naufragò per le sanzioni UE e USA contro il Cremlino, salvo scoprire poco dopo che la Germania, che quelle sanzioni le aveva volute più di altri e che aveva messo in guardia il nostro paese dal consentire ai russi di bypassare l’Ucraina per rifornirci di gas dal sud, si sia offerta per fare transitare il gas sul suolo tedesco.

All’Italia mancano tante cose: una politica energetica razionale, che affronti in maniera lungimirante il problema della nostra cronica dipendenza dall’estero; una coesione interna tra stato centrale e territori sulla costruzione degli impianti e una capacità come sistema-Paese di difendere gli interessi nazionali fuori dai nostri confini. E così, se nel 2003 abbiamo scoperto che è bastata la caduta di un albero in Svizzera per farci finire al buio un’intera giornata, l’altro ieri abbiamo assaggiato il rischio di un inverno glaciale nelle nostre case per un incidente nemmeno così sconvolgente in Austria. E se a Putin o al rais di turno a Tripoli gli girano, siamo perduti.

 

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