Sanzioni UE contro Spagna e Portogallo, ma con un occhio a Italia e Francia

Conti pubblici non a posto per Spagna e Portogallo, che oggi rischiano di essere sanzionati. La decisione della Commissione è più difficile che mai e riguarda in prospettiva anche Italia e Francia.

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Conti pubblici non a posto per Spagna e Portogallo, che oggi rischiano di essere sanzionati. La decisione della Commissione è più difficile che mai e riguarda in prospettiva anche Italia e Francia.

Spagna e Portogallo potrebbero essere sanzionati oggi dalla Commissione europea, che si riunisce a Strasburgo. Lo chiede espressamente il commissario all’Economia digitale, il tedesco Guenther Oettinger, secondo cui sarebbe in gioco adesso la credibilità delle istituzioni comunitarie, trovandosi dinnanzi a paesi che non hanno rispettato le regole fiscali concordate.

Nel dettaglio, la Spagna ha registrato nel 2015 un deficit al 5% del pil contro il 4,2% promesso, mentre il Portogallo ha chiuso il bilancio con un disavanzo del 4,4%, quando si era impegnato a scendere sotto il 3%. Il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, nei giorni scorsi ha minacciato il blocco dei fondi strutturali ai due paesi, quale sanzione per il mancato adempimento alle regole sui conti pubblici.

Deficit Spagna e Portogallo sopra target

In teoria, i commissari potrebbero aprire una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, che alla conclusione potrebbe portare alla comminazione di una sanzione pari allo 0,2% del pil. La misura non è mai stata adottata nella storia di Bruxelles, ma non è temuta la sanzione in sé, poca roba in termini economici, quanto il significato politico. I mercati finanziari, poi, potrebbero prendere la palla al balzo per tornare ad attaccare la periferia dell’Eurozona.

Il compito della Commissione a guida Jean-Claude Juncker sarà oggi più difficile che mai. Se chiudesse ancora una volta un occhio, il presidente rischia una delegittimazione persino formale da parte del suo principale sponsor, la Germania. In un’intervista domenicale, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha richiamato Bruxelles a fare rispettare le regole, addebitando all’eccessiva flessibilità mostrata in questi mesi l’origine della crisi di fiducia verso le istituzioni comunitarie. Juncker non è nelle condizioni di litigare con Berlino, visto che più paesi dell’Est Europa, tra cui la Polonia, gli chiedono già formalmente le dimissioni per la cattiva gestione della Brexit.

D’altra parte, Madrid e Lisbona versano in condizioni politiche sensibili. Il governo lusitano si regge dal novembre scorso su una maggioranza rossa-rossa, in cui i socialisti del premier Antonio Costa sono l’unica formazione europeista, alleati dei comunisti e dalla sinistra anti-euro e anti-UE, contrari alle politiche di austerità fiscale.

 

 

 

Rischio politico elevato

Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha rivinto le elezioni politiche di due domeniche fa, ma senza che il suo Partito Popolare abbia guadagnato la maggioranza assoluta dei seggi. Per questo servirà una coalizione di larghe intese, che comprenda almeno popolari e socialisti. Tuttavia, l’austerità formalmente divide gli elettorati e il Psoe non potrebbe permettersi di appoggiare pubblicamente un governo, che si ponga quale obiettivo il veloce risanamento dei conti pubblici su ordine dei commissari, rischiando una fuga dei consensi a sinistra e in favore dei populisti di Podemos.

Infine, c’è una questione irrisolta e che rappresenta, in verità, la vera ragione dello scontro all’interno della stessa Commissione: il trattamento di presunto favore ricevuto in questi ultimi due anni da Italia e Francia. Roma ha usufruito del massimo della flessibilità fiscale possibile, avendo “strappato” a maggio l’utilizzo di 13 miliardi di euro, in cambio di riforme, ma in presenza di un rapporto tra debito e pil a un soffio dal 133%.

Austerità o flessibilità?

Parigi ha un deficit nettamente superiore al 3% e di anno in anno rinvia l’obiettivo di scendere al di sotto di tale soglia, tanto che il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha lamentato nei giorni scorsi un trattamento sfavorevole ai piccoli paesi. Il riferimento era essenzialmente alla Francia, ma anche al nostro paese.

C’è molta carne al fuoco e difficilmente potrà trovarsi una sintesi che accontenti tutti. Dopo la Brexit, i commissari dovranno scegliere una volta per tutte quale linea di politica fiscale adottare: l’austerità, ma con il rischio di rafforzare le file dei populisti di Nord e Sud; la flessibilità, inimicandosi la Germania, senza il cui sostegno Bruxelles andrebbe presto in frantumi. Tutto ciò, mentre Roma pretende di salvare con soldi pubblici le sue banche.

 

 

 

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