Crisi debito pubblico, ecco perché i mercati dubitano dell’Italia e premiano Spagna e Portogallo

Il debito pubblico italiano è scartato dai mercati in favore di quello di Spagna e Portogallo. Ecco cosa impensierisce gli investitori dei nostri fondamentali economici.

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Il debito pubblico italiano è scartato dai mercati in favore di quello di Spagna e Portogallo. Ecco cosa impensierisce gli investitori dei nostri fondamentali economici.

Sono giorni decisivi questi per evitare la procedura d’infrazione contro l’Italia per eccesso di debito pubblico. Un articolo del Financial Times riporta che la Commissione europea starebbe ammorbidendo la sua posizione, concedendo al governo Conte più tempo per rimettere i conti pubblici in carreggiata. Lo spread BTp-Bund a 10 anni, per quanto in calo, resta nei pressi dei 240 punti base, dietro solamente ai circa 280 della Grecia.

Insomma, a parte Atene, nessuno nell’Eurozona offre rendimenti così elevati per emettere nuovo debito pubblico; anzi, nessuno nel mondo avanzato. I mercati finanziari segnalano di non fidarsi dell’Italia, vuoi per la sua politica erratica, confusa, instabile e poco affidabile, vuoi per alcune condizioni macro effettivamente critiche.

Un aspetto poco indagato riguarda la pressione fiscale. L’Italia primeggia in Europa, pur dietro a economie come Danimarca, Francia, Belgio, Finlandia e Svezia. Nel 2017, stando ai dati dell’OCSE, si attestava al 42,4% del pil, qualcosa come 730 miliardi di euro di tasse versate dai contribuenti. Eppure, non riusciamo ugualmente a chiudere il bilancio in pareggio, complice quel 3,5-4% di spesa per interessi media sul pil negli ultimi anni. Anche in questo caso, trattasi di un primato italiano tutto negativo, che si confronta con un più moderato 3,3% del Portogallo, 2,4% della Spagna e persino il 3,4% della Grecia, la quale beneficia, però, di interessi fuori mercato (bassissimi) su oltre l’80% del suo debito pubblico, quello in mano ai creditori pubblici europei.

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La pressione fiscale risulta nettamente più bassa in tutte le altre economie del Mediterraneo o Sud Europa. Nonostante il salasso degli ultimi anni, la Grecia non va oltre il 39,4% (dal 30,6% del 2009), la Spagna sta al 33,7% e il Portogallo al 34,7%. Nell’ultimo decennio, questi ultimi due l’hanno aumentato rispettivamente del 4% e del 5% rispetto al pil, riuscendo così a riequilibrare i conti pubblici, con Lisbona ad un soffio dal pareggio di bilancio vero e proprio. L’Italia, che allo scoppio della crisi del 2008 si trovava già con una pressione fiscale nei pressi del 42%, non ha potuto fare altrettanto.

Italia senza margini fiscali

Ora, per riequilibrare i conti pubblici esistono tre vie: alzare le tasse o abbassare la spesa pubblica o un mix delle due. Se hai già una pressione fiscale elevata, difficile che riesca ad alzarla ulteriormente, vuoi perché risulterebbe una mossa assai impopolare, vuoi anche perché si rivelerebbe controproducente, finendo per strangolare le imprese e le famiglie e ad accusare non già un aumento, bensì una riduzione del gettito, anche per effetto dell’impatto recessivo. Non resta che tagliare la spesa pubblica, azione alquanto dolorosa e difficile da attuare in ogni stato. I mercati stanno scontando proprio questa mancanza di leva fiscale che l’Italia mostra, quando il suo rapporto debito/pil viaggia allegramente sopra il 130%.

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In altre parole, se Spagna e Portogallo – e persino la Grecia – dovessero in futuro affrontare una nuova crisi fiscale, disporrebbero comunque di un certo margine di azione, visto che avrebbero modo di aumentare ulteriormente le tasse, per quanto indesiderabile ciò fosse. L’Italia, come dimostra il dibattito a metà tra il serio e il propagandistico sulla “flat tax”, ha un bisogno disperato di tagliarle le tasse, perché proprio il loro livello esoso condanna la sua economia a non crescere da decenni, complicando la vita a tutti i governi di turno nel tenere a bada i target fiscali.

Del resto, Roma chiudeva gli anni Ottanta con una pressione fiscale al 35%, già in salita nel decennio di circa 7 punti percentuali e che negli anni Novanta sarebbe cresciuta ulteriormente di 6. In pratica, abbiamo già dato su questo versante e non avendo contrapposto una politica di lungo periodo di tagli strutturali alla spesa e di riforme pro-crescita, nel frattempo i conti pubblici non sono migliorati granché, mentre l’economia è rimasta al palo. Ciò alimenta la spesa per interessi sul debito, che a sua volta annulla i benefici di avanzi primari costanti e spesso cospicui.

I mercati lo hanno capito: nel caso di un nuovo 2008, Spagna e Portogallo avrebbero almeno 5 punti di pil a disposizione per tagliare il deficit, l’Italia nessuno.

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