Pil Brasile a -3,6% nel 2016 (peggio delle attese), ma ora segnali incoraggianti

La crisi in Brasile è stata più dura delle previsioni, ma adesso sembrano esserci un po' tutte le condizioni per ripartire. Ancora bene il cambio e boom dei bond quest'anno.

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La crisi in Brasile è stata più dura delle previsioni, ma adesso sembrano esserci un po' tutte le condizioni per ripartire. Ancora bene il cambio e boom dei bond quest'anno.

Il pil in Brasile si è contratto dello 0,9% nel quarto trimestre del 2016, portando al -3,6% il risultato dell’intero anno, lievemente peggio delle attese del Fondo Monetario Internazionale, che nel suo ultimo rapporto sulla prima economia sudamericana aveva previsto un -3,5%. Stando ai dati disponibili dell’istituto statistico nazionale IBGE, la recessione del biennio scorso è stata la più grave di sempre della storia brasiliana, avendo ridotto il pil del 7,2% cumulato, peggio di quanto accadde nei lontani anni Trenta.

Di fatto, la crisi ha fatto ritornare l’economia brasiliana ai livelli del terzo trimestre del 2010.

Per quest’anno, le previsioni più ottimistiche parlano di una ripresa dell’1%, poco roba, considerando la gravità della recessione degli anni passati. Non ci sarebbe, dunque, alcuna ripresa a V, bensì un lento recupero dei livelli di attività, grazie alla maggiore fiducia sui mercati negli ultimi mesi, dopo che la presidenza Rousseff ha completato il suo mandato con due anni e mezzo di anticipo rispetto alla scadenza naturale, a causa di un “impeachment”. (Leggi anche: Brasile: ripresa economica più lontana, ma a ottobre è surplus fiscale)

Real sempre più forte, prospettive incerte

Il cambio tra real e dollaro si è rafforzato del 4% quest’anno, ma di quasi il 24% dai minimi storici toccati nel gennaio dello scorso anno. Se allora un dollaro arrivò a essere scambiato contro 4 real, adesso il rapporto è d 1 contro 3,1226. E proprio il cambio più forte sta impattando positivamente sull’inflazione, dimezzatasi su base annua rispetto a inizio 2016, scendendo al gennaio scorso al 5,35% e consentendo così alla banca centrale di tagliare i tassi di 75 punti base a febbraio, portandoli al 12,25%.

Restano, tuttavia, relativamente molto alti, specie considerando i livelli infimi vigenti nelle principali economie mondiali. In virtù di ciò, i guadagni potenziali per il real nei prossimi mesi sarebbero anche cospicui, anche se sul punto gli analisti si dividono e quelli intervistati da Bloomberg, ad esempio, prevedono un indebolimento del cambio a 3,55 entro la fine dell’anno. (Leggi anche: Brasile, inflazione e tassi attesi sempre più bassi)

Carry trade fa salire borsa e bond

Notevoli i progressi anche sul mercato dei bond sovrani: i rendimenti a due anni sono scesi quest’anno già di 140 punti base al 9,72%, quelli decennali di 120 bp al 10,25%, in entrambi i casi ai minimi da quasi quattro anni.

Poiché i tassi saranno tagliati certamente dalla banca centrale, per quanto in maniera graduale, scontando un’inflazione sostanzialmente rientrante nel range-obiettivo (2,5%-6,5%) e un cambio in deciso allontanamento dai minimi di oltre un anno fa, il “carry trade” continua ad avere senso, puntando sul mercato azionario e obbligazionario locale. Se la Borsa di San Paolo si mostra stabile rispetto a inizio 2017, segna un +26% su base annua.

Per “carry trade” intendiamo quelle operazioni sul mercato, consistenti nell’indebitarsi in una valuta con tassi bassi per investire in una con tassi più alti, confidando nell’apprezzamento del cambio di quest’ultima contro la prima. In effetti, il ciclo espansivo di politica monetaria in Brasile ha abbastanza strada da percorrere, pur tra le incertezze legate a fattori internazionali (stretta Fed, economia mondiale, rallentamento della Cina, materie prime, etc.) e ad altre di natura interna (sarà in grado il governo di Michel Temer a fare approvare dal Congresso le riforme economiche e le misure di austerità necessarie ad uscire dalla crisi?). (Leggi anche: Brasile, boom in borsa ed è super-real)

 

 

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