Crisi banche: tutti gli errori del governo e quegli attacchi insensati a Draghi

La crisi delle banche italiane in borsa è stata scatenata da un errore dietro l'altro del governo Renzi. E gli attacchi a Mario Draghi appaiono sconclusionati.

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La crisi delle banche italiane in borsa è stata scatenata da un errore dietro l'altro del governo Renzi. E gli attacchi a Mario Draghi appaiono sconclusionati.

Dall’inizio dell’anno, il crollo delle banche italiane in borsa è superiore al 58%. Su base annua, i 17 titoli del comparto perdono i due terzi del loro valore. Davanti a questi numeri, ormai nemmeno gli inguaribili ottimisti negano l’evidenza. Eppure, grossa parte di questa crisi non è frutto di un destino ineluttabile, ma di errori a raffica, commessi dall’attuale governo, anche se in ciò ha spesso proseguito sulla scia dei suoi predecessori.

L’origine della bufera finanziaria si ebbe a fine novembre, quando con il famoso decreto “salva banche”, l’esecutivo e la Banca d’Italia concordarono il salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. Le azioni dei quattro istituti furono azzerate, così come le obbligazioni subordinate di 10.600 piccoli risparmiatori. Qualcuno, in preda alla disperazione per avere perso i risparmi di una vita, si uccise.

Errore fatale su sofferenze bancarie

Aldilà dei drammi umani, il governo Renzi ha scatenato il putiferio in borsa, quando con il governatore Ignazio Visco decise di valutare al 17,5% del loro valore nominale i crediti in sofferenza delle banche salvate e caricati nei bilanci degli istituti sorti dal salvataggio. E così, il mercato si è chiesto come mai il governo abbia fatto iscrivere a bilancio i crediti a rischio delle 4 banche a meno del 20% del loro valore. Il dato ha, infatti, acceso i riflettori sul fatto che degli oltre 200 miliardi di sofferenze bancarie in Italia, nei bilanci queste vengono ancora valutate mediamente a circa il 44-45%, il doppio di quanto fatto dal Tesoro e Palazzo Koch a novembre e di quella che negli ultimi mesi è, non a caso, divenuta la valutazione media del mercato.

In seguito al crollo dei titoli bancari nelle prime settimane dell’anno, il governo italiano, anziché trattare subito una soluzione forte con Bruxelles dopo il diniego incassato sulla “bad bank” pubbluca, finse di avere risolto la questione, annunciando la concessione della garanzia statale sulle sofferenze cedute, a sostegno dei prezzi, in modo da avvicinarli a quelli di carico nei bilanci. Il meccanismo trovato, però, è prettamente di mercato, tale da non aggiungere alcunché di visibilmente positivo a quanto gli investitori privati sarebbero stati capaci da sé di fare.

 

Un flop dietro l’altro per Renzi

Passano le settimane, ma non i crolli in borsa delle banche. Dinnanzi al flop dell’iniziativa, che evidentemente non aveva riscosso sufficiente fiducia sul mercato, il Tesoro orchestra un’operazione di sistema, ossia la nascita del fondo Atlante, partecipato dal sistema bancario-assicurativo italiano, oltre che da enti semi-pubblici come la Cdp. In teoria, avrebbe dovuto sostenere le ricapitalizzazioni più a rischio (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e i prezzi delle sofferenze bancarie, ma con appena 4,25 miliardi raccolti a fine aprile, il fondo non solo non ha potuto sinora ottenere alcun risultato, ma ha anche assistito a una spaventosa crescita di sfiducia attorno alle banche più deboli, nonché al contagio verso quelle ritenute più solide, come Unicredit.

Per il governo Renzi si tratta del secondo flop in appena 3 mesi, come evidenzia l’infima adesione da parte degli investitori privati all’aumento di capitale di Vicenza da 1,5 miliardi, assicurato da Atlante, per meno dello 0,7%. La storia si ripeterà con Veneto Banca qualche mese dopo.

L’attacco a Draghi

Per il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, però, va tutto bene. Nessun dubbio sulla solidità delle nostre banche nemmeno da parte del premier Matteo Renzi, mentre qualche giorno fa i due ottengono da Bruxelles la possibilità di garantire la liquidità del nostro sistema del credito per sei mesi e fino a 150 miliardi, il cosiddetto “scudo”, che sempre per Renzi-Padoan avrebbe allontanato ogni timore dal nostro paese. Nulla di più sbagliato, come dimostrano i fatti degli ultimissimi giorni. Siamo al terzo flop in cinque mesi.

Adesso, Renzi-Padoan attaccano il governatore della BCE, Mario Draghi, accusato sia di avere monitorato male le grandi banche italiane, tra cui MPS, sia di non avere riformato le popolari, quando era direttore generale del Tesoro negli anni Novanta. Si tratta dello stesso Draghi, che quasi da solo in Europa contrasta una proposta della Bundesbank e del governo tedesco alquanto legittima, ma dall’impatto devastante sui nostri istituti e sui conti pubblici, ovvero di non consentire più valutazioni a rischio zero per i titoli di stato ai fini dei bilanci bancari, e di limitarne o disincentivarne l’acquisto, in modo da recidere il legame sempre più perverso tra conti dello stato e quelli delle banche.

 

 

Banche valgono come all’apice di crisi debito

I nostri istituti detengono più di 400 miliardi di euro in BoT e BTp, pari a oltre un decimo dei loro attivi, il doppio di 5 anni fa. Una legislazione europea meno favorevole in materia avrebbe come effetto la necessità per le banche di liberarsi dei nostri bond, subendo minusvalenze anche pesanti e facendo aumentare i rendimenti sovrani.

Sempre Draghi, infine, chiede ai governi europei di dare il via libera alla garanzia unica sui depositi, in modo da completare l’Unione bancaria ed evitare eccessive segmentazioni tra i mercati dell’area. Che sia il numero uno della BCE ad essere accusato di fare poco per le banche italiane suona come ridicolo, anche perché non sarebbe nemmeno il suo compito. Semmai, in tutta questa vicenda emerge preponderante il dilettantismo di Roma, che da oltre un anno non riesce a portare a casa alcuna soluzione credibile alla crisi bancaria, puntualmente ricorrendo a espedienti grossolani, ma annunciati come salvifici, come la richiesta di sospensione del bail-in, subito dopo la sua entrata in vigore, quando fino al giorno prima non se ne metteva minimamente in dubbio la bontà. E, intanto, le banche sono tornate a valere quanto nella primavera del 2012, quando infuriava contro l’Italia la crisi del debito sovrano. Coincidenza?

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