Crisi banche, tassi negativi di Draghi non più sostenibili

La crisi delle banche europee, ora anche di quelle tedesche, restringe le opzioni a disposizione di Mario Draghi per contrastare la deflazione. I tassi negativi non sono più sostenibili.

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La crisi delle banche europee, ora anche di quelle tedesche, restringe le opzioni a disposizione di Mario Draghi per contrastare la deflazione. I tassi negativi non sono più sostenibili.

La crisi delle banche tedesche è dirompente. Ieri, il titolo Deutsche Bank ha virato in positivo sulle voci di un possibile accordo con le autorità USA per un ridimensionamento della maxi-multa da 14 miliardi. Eppure, le sue azioni valgono meno della metà rispetto a un anno fa, mentre anche quelle di Commerzbank arretrano, perdendo il 17% in appena un paio di settimane, dopo l’annuncio della mancata distribuzione del dividendo, a copertura del piano di tagli al personale per 9.000 unità entro il 2020.

Se c’è una prima conseguenza di questo (momentaneo?) spostamento dell’attenzione sui mercati verso il sistema bancario tedesco, questa è la limitazione delle opzioni a disposizione di Mario Draghi contro il rischio deflazione, tassi negativi in primis.

Che cosa sta accadendo di preciso? Deutsche Bank e Commerzbank hanno sostanzialmente problemi diversi, ma uno in comune: la bassa redditività. Il fenomeno non è isolato, ma riguarda un po’ l’intero sistema bancario europeo, vuoi perché alle prese con la sfida dell’innovazione tecnologica, che rende sempre più superato il modello organizzativo attuale, fondato sulle filiali sparse nel territorio, vuoi anche per i margini sugli interessi sempre più infimi.

Bassi margini banche è vero problema

Questi ultimi rappresentano il “core” business delle banche, specie di quelle commerciali (paradossalmente, Deutsche Bank dovrebbe accusare meno il colpo, essendo una banca d’affari). Un istituto presta denaro a un certo tasso, prendendolo a sua volta in prestito dai clienti e sul mercato (depositi, obbligazioni, pronti contro termine).

Ora, il “quantitative easing” attuato dalla BCE sin dal marzo dello scorso anno ha compresso i tassi di mercato ai minimi storici, ma è con i tassi negativi sui depositi overnight delle banche, che l’istituto centrale ha impresso una svolta sin dal settembre di due anni fa, gravando il sistema del credito di un costo fino ad allora inatteso.

 

 

Tassi negativi colpiscono credito

Per effetto dell’accesa concorrenza per accaparrarsi la clientela e disponendo quest’ultima dell’alternativa del contante, le banche non possono trasferire integralmente il costo dei tassi negativi sui conti correnti e deposito, per cui sorge sul mercato un’asimmetria tra la fase della raccolta e quella degli impieghi.

I tassi passivi per le banche scendono meno di quelli attivi, con la conseguenza che i loro margini si riducono e che effettuano minori prestiti, essendo poco remunerativi e magari nemmeno a copertura del rischio corso. (Leggi anche: Tassi negativi a lungo contro bolla del credito)

Da qui, la crisi della redditività delle banche europee, che stanno da qualche mese accrescendo la pressione su Draghi, affinché desista dal procedere con ulteriori tagli ai tassi overnight, oggi al -0,4%. La BCE non sarebbe intenzionata ad abbassarli ulteriormente, segnalando, anzi, di essere consapevole degli effetti collaterali di simili misure. Il problema sta nel fatto che il potenziamento del QE, se si rendesse necessario, non potrà che passare da loro. Vediamo perché.

Nuovi rischi in agguato per banche europee

Sul mercato secondario dei titoli di stato c’è carenza di offerta, specie di Bund tedeschi. La BCE può acquistare solo bond con rendimenti almeno pari ai tassi overnight. Se espandesse nel tempo e/o nelle quantità gli acquisti mensili, la scarsità di titoli offerti si accentuerebbe, per cui Draghi sarebbe costretto ad adottare un qualche altro stimolo, tagliando ulteriormente i tassi overnight, espandendo in questo modo automaticamente la platea dei titoli eleggibili. L’alternativa politicamente poco sostenibile sarebbe di puntare più sugli acquisti di BTp e Bonos, rimuovendo la “capital key”, che li lega ad oggi alle dimensioni economiche dei paesi emittenti. (Leggi anche: BCE pensa a cambiare il QE, Bundesbank infuriata)

Sarà anche per questo che Draghi sta battendo nelle ultime settimane per trasferire per lo più ai governi la responsabilità del sostegno ai prezzi e alla crescita nell’Eurozona. Se fosse costretto a intervenire nuovamente, magari entro fine anno, il rischio che debba abbassare ancora i tassi già negativi sui depositi overnight sarebbe elevato per le banche dell’Eurozona, che dovrebbero prendere in considerazione misure di compensazione più drastiche per risollevare i loro bilanci.

 

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