Crisi banche: salvataggio MPS e referendum indissolubilmente intrecciati

Il salvataggio di MPS ad opera del mercato o del governo non è vicino. Ecco perché bisogna attendere il referendum costituzionale.

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Il salvataggio di MPS ad opera del mercato o del governo non è vicino. Ecco perché bisogna attendere il referendum costituzionale.

Il caso MPS sarebbe dovuto rimanere fuori dal Forum di Cernobbio degli industriali italiani, ma ne ha assorbito la gran parte degli interventi dei presenti. Tutti, dal mondo produttivo e finanziario, passando per quello politico, sanno che l’economia italiana è legata a doppio filo a una qualche soluzione alla crisi delle nostre banche, che hanno perso in borsa quest’anno quasi metà del loro valore.

L’emergenza più grave è quella dell’istituto di Siena, che in borsa vale appena 700 milioni e che su ordine della BCE dovrà dismettere entro il 2018 quasi 28 miliardi di crediti deteriorati lordi, di cui 9,7 miliardi netti. Ciò provocherebbe perdite per altri 5 miliardi di euro, che dovrebbero essere colmate con il ricorso all’ennesimo maxi-aumento. Nessuno, però, confida sul buon esito dell’operazione, perché appare assai arduo ipotizzare di chiedere al mercato denaro fresco per 7 volte il valore di borsa.

Obbligazioni MPS e legame con referendum

Pertanto, si valutano varie alternative a una richiesta secca di 5 miliardi agli investitori. Una di queste consiste nella conversione “volontaria” delle obbligazioni subordinate in mano agli investitori istituzionali per 3 miliardi. Se si riuscisse a convincere buona parte di questa platea, costituita da banche, fondi e assicurazioni, a trasformare i loro bond in azioni, la ricapitalizzazione potrebbe scendere a poco più di 3 miliardi, supponendo un limite del 60% al tasso di conversione.

Affinché questa operazione vada in porto, però, è necessaria la massima fiducia del mercato e presupposto perché ciò avvenga è che in Italia vi sia una stabilità politica nel medio termine. Proprio quello che nessuno oggi può garantire, dato che un’eventuale sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale di fine ottobre o inizio novembre prossimo avrebbe l’effetto di provocare una crisi e persino di portare a elezioni anticipate, aprendo forse la strada alla vittoria degli euro-scettici del Movimento 5 Stelle.

Pertanto, sarebbe opportuno attendere l’esito del voto, prima di imbarcarsi nell’ennesimo aumento teoricamente salvifico di Siena. Il guaio è che MPS non può aspettare tanto tempo, perché rischia una tempesta ancora più temibile in borsa da qui alle prossime settimane.

 

 

Rischio bail-in MPS non politicamente sostenibile

E allora, una soluzione alternativa potrebbe consistere nell’intervento diretto del Tesoro, il quale immetterebbe capitali per l’aumento e smaltire almeno in parte il peso a carico del settore privato. Tuttavia, ciò farebbe scattare il bail-in, ovvero la necessità per la banca di coinvolgere nelle perdite sia gli azionisti, sia anche gli obbligazionisti subordinati, comprese le 60.000 famiglie di investitori retail, in possesso di circa un paio di miliardi di euro.

La portata di un simile evento sarebbe politicamente non sostenibile, di certo non a ridosso di un appuntamento elettorale cruciale. Il governo Renzi si scaverebbe la fossa da solo e in previsione di tale scenario critico, probabilmente non ci sarebbe nemmeno una compartecipazione adeguata da parte del mercato alla ricapitalizzazione.

Salvataggio MPS non vicino

Il paradosso di questa storia è proprio questo: il mercato aspetta prima che si celebri il referendum per decidere il da farsi, magari confidando che nel caso sia il governo a caricarsi dell’onere di un bail-out (non è un caso che l’ad Fabrizio Viola abbia programmato l’aumento per dopo il referendum), mentre il governo spera che gli investitori privati colmino al più presto il gap di capitale e risolvano la crisi della più antica banca del mondo.

Come si uscirà da questo clima attendista? Non facciamoci illusioni, perché le probabilità che prima del voto si arrivi all’applicazione di un qualche schema sono basse. La discussione si trascinerà per inerzia ancora per settimane, quando entreranno in fibrillazione tutti i titoli bancari, man mano che l’appuntamento referendario si avvicinerà. Peccato che il governo stia propendendo per rinviare la data del voto a novembre, allungando l’agonia di Piazza Affari.

 

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